Usciva l'11 febbraio di quarant'anni fa "Meat is Murder", secondo album degli inglesi Smiths, protagonisti degli anni ottanta di Manchester, della malinconia intellettuale, del piovoso spleen adolescenziale britannico, del recupero in chiave new wave delle armonizzazioni chitarristiche del solare folk rock californiano. Disco della maturità, preludio dei futuri capolavori.
Ora farò un paio di precisazioni, affinché non inquinino i fatti.
Gli Smiths sono la mia versione intellettuale di un “guilty pleasure” (prima precisazione), e il loro ascolto è per me esclusivamente autunnale-invernale, perché Morrissey d’estate non si può sentire (seconda precisazione).
Elaboro la seconda: non puoi godertelo col sole, i gelati, le lunghe giornate e il caldo afoso. La sua voce è fatta per essere apprezzata in purezza nella scena Madchester, sia pure virtuale e mentale: piovosa, grigia e malinconica, addirittura depressiva, ma consapevole (ora io non mi riferisco proprio a “Everyday Is Like Sunday”, ma “Everyday Is Like Sunday” è un ottimo esempio).
Preciso la prima: il mio colpevole godimento è derivato dal fatto che per me Morrissey e Marr nelle loro (migliori) canzoni riescono a divergere in voce e musica, creando una specie di melange che ti fa esclamare: “Ma questi vanno in due parti diverse, eppure sono nella stessa canzone!”. Questo pensiero musical-razionale a volte mi dilania, “tears apart”, anzi. Però godo enormemente nell’ascoltarli, anche se faccio fatica. Fine delle precisazioni.
“Meat is Murder” è il secondo album dei Nostri, ed è l’unico a raggiungere il primo posto in classifica nel 1985. L’album rappresenta una versione maggiormente raffinata ed elaborata degli esordi, ed impone all’ascoltatore una visione molto originale della poetica/politica degli Smith. Da un certo punto di vista critico, testi e musica sono ancora in una versione grezza, proposta meglio e con maggiore incisività del precedente album in studio, ma si avverte tra le righe che il capolavoro è dietro l’angolo, pronto per essere sfornato. “Meat is Murder” rappresenta la prova generale di “The Queen Is Dead”, vera pietra miliare nel genere e capolavoro degli Smiths.
Parlando della politica che trasuda dai testi delle canzoni, bisogna ammettere che si tratta di una piacevolissima novità nel panorama musicale di quegli anni: mentre in tutto il mondo si costituiscono super-gruppi e si organizzano concertoni faraonici per aiutare l’Africa intera (vista come un paesello devastato e povero, pance gonfie, mosche e occhioni, nella solita narrazione miope del White Savior in quota Alpitour), i Nostri presentano un manifesto politico locale ma originale, in cui il thatcherismo imperante ha radici lontane e cicatrici profonde. Morrissey descrive con veemenza le punizioni corporali nelle scuole della civilissima Britannia, parte di un sistema educativo malato che si accanisce sin da subito contro i giovanissimi proletari (“The Headmaster Ritual”), la violenza per le strade di Manchester, brutale e insensata (“Rusholme Ruffians”), il disagio e la disperazione dei giovani (“I Want the One I Can't Have”) e in tutto questo caos, l’indifferenza della Monarchia, istituzione vetusta e lontana dai problemi della gente (“I'd like to drop my trousers to the Queen” – “Nowhere Fast”). Infine, arrivando a toccare anche la sfera privata, non solo sociale del problema, ovvero la violenza domestica, così radicata in quel decrepito “ancien regime” britannico (“Barbarism Begins at Home”).
E in questo desolante panorama di violenza, soprusi, disperazione e società malata, qual è la risposta artistica e poetica degli Smiths? Sicuramente la componente ironica e beffarda, così connaturata in tutta la loro proposta: “On the day that your mentality, Decides to try to catch up with your biology, Come 'round!”. Mentre è evidente il riferimento amletico al dare un termine alla battaglia, ovvero al fine vita, riproposto in modo quasi comico: “When you laugh about people who feel so, Very lonely, Their only desire is to die, Well, I'm afraid, It doesn't make me smile”.
Infine, ciliegina sulla torta, il vegetarianesimo del brano eponimo che chiude l’album: roba così avanti e così retrò, da suonare come un impegno da suffragette nel 1985, in mezzo a tutti i problemoni del paese, del mondo, con la Thatcher, Reagan e l’onnipresente Africa affamata. Non stride però, ma chiude denunciando in modo programmatico il peccato originale dell’umana gente: mangiate carne, siete pertanto assassini, tutto quanto il resto deriva di conseguenza.
In una intervista molto leggera fatta nel nostro paese, Noel Gallagher disse che, se fosse vissuto in Italia, non avrebbe mai pensato di scrivere canzoni, ma avrebbe passato la gioventù a girare in Vespa e starsene al mare a corteggiare le ragazze. Il pensiero è veramente banale e turistico, però rileggendo i testi di “Meat is Murder”, il desiderio di far espatriare questi ragazzi in un paese mediterraneo viene spontaneo.
In definitiva, tralasciando qualche leggera obsolescenza dei testi più politici, l’album ha un suo grande perché e la fruibilità rimane buona. Ma mi raccomando, sempre in giornate uggiose, fissando dalla finestra una grande fabbrica chiusa a causa dei recenti licenziamenti in massa. Una cosa che in fondo, non cambia mai.
- Agente Smith
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