giovedì 13 febbraio 2025

Big Star: "Third/Sisters Lovers" (1975)

Viene masterizzato il 13 febbraio di cinquant'anni fa "Third", anche noto come "Sisters Lovers", terzo album dei Big Star, gruppo power pop britannico, che avrebbe visto la luce in una forma rimaneggiata solo tre anni più tardi. Disco 'perduto' e disperato, è quello che da vita alla leggenda di Alex Chilton, cantante della formazione e unico membro rimasto assieme al fidato batterista Jody Stephens: Chilton e "Third" vengono assimilati a testimonianze della malattia mentale come Syd Barrett e i suoi dischi solisti o Alexander 'Skip' Spence e il suo album "Oar". Chilton, fortunatamente, avrà una vita molto più serena, ma l'atmosfera del disco non è del tutto distante dalle loro e offre una visione affascinante anche se spesso malinconica e straziante della mente di Chilton stesso.



(Edizione del 1992 --> https://tinyurl.com/y68zxhha)

I Big Star arrivano alle sedute di registrazione del loro terzo album in uno stato di dissoluzione avanzato. Dopo l'insuccesso del primo album, il quartetto perde il cantautore-chitarrista Chris Bell; dopo l'insuccesso del secondo, perde il bassista Andy Hummel. Di fatto, il gruppo non esiste più, ridotto com'è al cantautore-chitarrista Alex Chilton e al batterista Jody Stephens; i due entrano in studio senza nemmeno sapere se quello che incidono verrà mai pubblicato, o a che nome, e si fanno anche chiamare Sisters Lovers in quanto escono con le due sorelle Lesa e Holliday Aldridge. Lesa viene anche coinvolta in numerose tracce delle registrazioni, così come vari collaboratori e amici.

L'atmosfera in studio è difficile: da un lato, il duo lavora in totale libertà non essendo costretto da nessuna scadenza o nessuna necessità commerciale, potendo scrivere così un disco dalla totale integrità artistica - cosa che si sente senza ombra di dubbio - ma dall'altro patisce l'atmosfera da futuro incerto se non inesistente, oltre alla crisi personale di Chilton, anche tormentato dal difficile e burrascoso rapporto con Lesa Aldridge. Dopo mesi di sedute produttive ma frammentarie, e senza l'orizzonte di una pubblicazione o di un progetto in vista, il produttore John Fry pone fine alle registrazioni e prepara un master da usare per provare a vendere le canzoni - verranno pubblicate solo nel 1978.

Le circostanze dietro all'album, la sua nomea di disco perduto, la sincerità e il dolore che traspaiono dalle tracce, la trasformazione di Chilton in una figura di culto, rendono il disco - pubblicato in vari formati con titoli variabili tra "Third", "Sisters Lovers", o entrambi - un cult spesso affiancato ad album testimonianze del disagio psichico e della follia come i due dischi solisti di Syd Barrett o "Oar" di Skip Spence - erroneamente, bisogna dirlo, visto che Chilton non soffre di alcuna patologia mentale ma ha solo espresso in musica un momento di grande difficoltà personale.

L'album si caratterizza per due famiglie di composizioni: le prime sono quelle più orecchiabili, che proseguono il power pop che flirta con il glam del primo disco, sebbene la produzione essenziale, asciutta, in bianco e nero, li rende incredibilmente urgenti e sanguigni, sinceri e appassionati. Appartengono a questo sottogenere i brani di apertura, ovvero l'irresistibile "Kizza me" e la successiva "Thank you friends", che sembra un pezzo di Dylan suonato dai Byrds; o composizioni come la commovente nenia "Jesus Christ".

L'altra famiglia di canzoni sono invece quelle che hanno segnato il fascino dell'album e fatto annoverare Alex Chilton fra i rocker maledetti o quantomeno fra quelli entrati in una grave crisi personale: brani letargici come "Big Black Car", con la sua stupefacente coda di pianoforte; la tragica riflessione di "Holocaust"; il dilatato naufragio nell'oceano "Kanga Roo"; il capolavoro straziante "Night Time"; la notturna, desolata "Blue Moon". Allo stesso filone afferiscono le cover (come "Femme Fatale" dei Velvet Underground, o "Nature Boy" di Eden Ahbez).

Il fatto che anche i brani orecchiabili siano caratterizzati da un vago sottofondo malinconico e da una produzione tutt'altro che glamour fanno sì che essi non riescano, nel complesso, a dare una idea più vitale dell'album e a impedire che un crescente senso di tristezza e commosso strazio si impadroniscano dell'ascoltatore.

A volte viene poi sottovalutato il contributo del batterista Jody Stephens: il disco è un album collaborativo, non un disco solista di Chilton, e Stephens compone un brano delle sessioni (il pop barocco di "For you"), partecipa all'elaborazione degli arrangiamenti, canta, ed è lui a portare in studio Carl Marsh e i suoi archi e a convincere Chilton a usarli in sue composizioni (come nella deliziosa, struggente "Stroke it Noel") oltre, naturalmente, a fornire la sua ritmica essenziale e dinamica a tutto il disco.

Espropriati del loro stesso progetto musicale, Chilton e Stephens se ne andranno ognuno per la propria strada per un po'. Chilton inizierà una carriera solista, affiancata a lavoro in gruppi come i Tav Falco's Panther Burns (da lui co-fondati), per poi riunirsi a Stephens nei Big Star nel 1993. I due continueranno a lavorare insieme fino alla morte di Chilton nel 2010.

- Prog Fox

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