Esce trent'anni fa oggi "Dog Man Star", secondo album dei Suede, concept album cupissimo e disperato capolavoro del brit pop britannico; con il contemporaneo "the Holy Bible", il disco che dimostra quanto non fossero poi lontani il male di vivere di Seattle e la Cool Britannia, scritto da due discepoli di David Bowie e Mick Ronson come Brett Anderson e Bernard Butler. Quest'ultimo lascia i Suede in rotta col vecchio compare, a cui non perdona di avere trasformato le sue 'musiche meravigliose' in 'squallide storie di droga'.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/2vnba3cv)
Usciva trent'anni fa "Dog Man Star", secondo album degli Suede. Scurissima e claustrofobica miscela di suoni glam-rock e attitudine autodistruttiva, viene segnato da una lavorazione a dir poco travagliata e marca una frattura irreversibile tra il chitarrista Bernard Butler e il resto della band, portando alla separazione prima ancora della pubblicazione ufficiale. Forse anche per questo, viene oggi ricordato come uno dei dischi piú belli e intensi dei '90s inglesi, nonostante il relativo insuccesso, e la derisione della stampa, che lo accolsero alla sua uscita.
Per spiegare gli Suede dei primi anni '90, potrebbe convenire usare gli Arctic Monkeys come pietra di paragone. Non per lo stile musicale (a quello arriviamo tra un paragrafo o due), quanto per la fulminante, immediata ascesa al successo di una band prettamente sconosciuta ai piú nel giro di pochi mesi del 1992. In quel tempo, in cui gli Suede ancora non avevano pubblicato nemmeno un singolo, venivano sbattuti in copertina di alcune delle riviste di musica piú diffuse (Melody Maker in testa), e incoronati in via preventiva come la migliore band d'Inghilterra...in un'epoca in cui nemmeno esisteva l'internet, per tacere di social network come MySpace, vero artefice dell'ascesa del gruppo di Alex Turner a metá anni zero. Un successo che oggi definiremmo virale, esplosivo, che proiettò il quartetto capitanato dal vocalist e paroliere Brett Anderson (coadiuvato dal chitarrista/tastierista/compositore Bernard Butler, da Mat Osman al basso e da Simon Gilbert alla batteria) a pubblicare l'esordio eponimo e vincere un Mercury Prize nel giro di meno di un anno. Tra gli effetti più vistosi di questa vertiginosa ascesa c'è la nascita di quella piccola nota a piè di pagina nella storia del rock d'Albione chiamata Britpop.
A Brett Anderson, di essere associato a quei ragazzetti finto-working class proprio non andò giù. Per distanziarsi dalla Cool Britannia di Albarn e dei Gallagher, il nostro si chiuse nel suo nuovo appartamento a Londra Nord, abusando di varie sostanze e passando giornate intere ad ascoltare i canti religiosi dei cristiani mennoniti al piano di sopra mentre scriveva i testi del suo prossimo lavoro. Il resto della band non se la passava meglio: in particolare Bernard Butler, sfibrato dal tour americano appena concluso, che aveva visto gli Suede passare dal ruolo di attrazione principale a quello di spalla dei Cranberries (da poco baciati dal successo commerciale oltreoceano), e da frizioni continue con i compagni, in particolare Anderson. Le sessioni di registrazione si trasformeranno in un'escalation di scazzi passivo-aggressivi culminati con un ultimatum di Butler, che chiederà il licenziamento del produttore Ed Buller e lascerà la band dopo aver ricevuto risposta negativa.
Da questo processo di autodistruzione emerge un disco di pop-rock cupo, claustrofobico e disturbante, che unisce una psichedelia malata, adiacente allo shoegaze e al noise rock ("Introducing the Band", "Daddy's Speeding"), a momenti di glam rock più Bowie-eschi di Bowie stesso: sia "This Hollywood Life" che "Heroine" potrebbero accomodarsi in "Diamond Dogs", e a "We Are The Pigs" non manca nulla per stare su "1.Outside". Dall'altro lato dello spettro troviamo le ballate, alcune sinceramente emozionanti ("The Wild Ones", "The Power"), altre maestose nella loro pompositá ("Still Life", "The Two of Us"), altre ancora un pelo eccessive col melodramma ma comunque godibili, come "Black or Blue". Forse il singolo "New Generation" tradisce il disco nella sua scalata alle classifiche, per via di una produzione e di un arrangiamento un po' piatti, per stessa ammissione di Buller e Osman, ma comunque di un buon pezzo stiamo parlando. Ad elevare il disco una spanna sopra ai coevi, rendendolo allo stesso tempo un'anomalia nel panorama contemporaneo, ci pensa "The Asphalt World", nove minuti di miracolosa cavalcata glam-prog con Butler assoluto protagonista. Il paragone più calzante chie viene in mente a Spartaco vostro lo abbiamo recensito pochi giorni fa, e si chiama "Starless": come il capolavoro dei King Crimson, "The Asphalt World" avanza in un primo crescendo dai toni oscuri e catastrofici e finge di addormentarsi solo per consegnare all'ascoltatore un altro, vertiginoso climax, che sfocia in un assolo di chitarra, piano e organo lungo oltre un minuto e si chiude in un ultimo, doloroso ritornello.
La ribellione di Anderson contro il "mostro" Britpop che aveva contribuito a creare, il suo abuso di sostanze psichedeliche e i conflitti interni alla band infondono in "Dog Man Star" un'aura aliena per l'epoca, che ce lo fa apparire oggi come un pezzo d'arte fuori dal tempo. Nonostante le rivalutazioni critiche, "Dog Man Star" rappresenta tuttora un'opera difficilmente accessibile per il pubblico generalista, sempre più assuefatto ad un pop "facile" ed omogeneizzato anche quando teoricamente "trasgressivo". Che gli Suede abbiano portato l'ambiguità sessuale e la sfacciataggine rock dei '70s nel cuore della supposta "fine della storia" (enfasi su supposta) purtroppo non fotte niente a nessuno, in un'epoca in cui i Måneskin (lo dico con rispetto e ammirazione, giuro) possono portare una canzone rock in italiano all'Eurovision, vestiti come Renato Zero ai tempi belli, e sbancarlo come se fosse farina del loro sacco. A meno gente ancora importa che, tra le b-side e le varie amenità prodotte dagli Suede all'epoca, si possano trovare autentiche perle come il mid-tempo "My Dark Star", la nerissima ballata "The Living Dead" e l'epica "Stay Together", tutte minuziosamente raccolte nell'edizione rimasterizzata uscita qualche anno fa. Questo disco probabilmente non fa per voi, cari lettori, per il vivo rammarico di chi scrive.
- Spartaco Ughi
#suede:
#brettanderson (voce)
#bernardbutler (chitarre, pianoforte, oggetti)
#simongilbert (batteria)
#matosman (basso elettrico)
produzione: #edbuller
ospiti:
#philoverhead (percussioni)
#simonclarke (tromba)
#roddylorimer (sax & flauto traverso)
#richardedwards (trombone)
#andrewcronshaw (cimbalon, flauto ba-wu)
#tessaniles (voce)
#sinfoniaoflondon (orchestra)
#briangascoigne (direzione & arrangiamenti orchestrali)
#tricycletheatreworkshop (voci bianche)
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