Usciva mezzo secolo fa "Red", settima fatica in studio per i King Crimson. Praticamente un testo sacro tanto per il prog quanto per l'hard rock, l'opera finale della seconda fase della band rappresenta anche il disco piu asciutto ed immediato mai scritto da Robert Fripp. Il 24 settembre del 1974, due settimane prima dell'uscita del disco, Fripp aveva intanto sciolto il gruppo unilateralmente 'for ever and ever', con grande disappunto del bassista-cantante John Wetton e del batterista Bill Bruford. Naturalmente il 'forever' era solo una boutade - avrebbe riformato il gruppo diverse volte in seguito.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/3ppva5n6)
Nonostante l'ipertrofico volume di uscite, dovuto alla pressione portata sulla band dai discografici assetati di nuove royalty, i risultati dei King Crimson fino al 1973 raggiungevano livelli eccellenti, perlomeno a livello artistico. I capolavori della prima fase hanno di fatto definito un genere intero, mentre "Lark's tongue in aspic" e il seguente "Starless" avevano impresso una svolta heavy allo stile del Re Cremisi, senza però ripudiare la propria attitudine intellettuale, jazz. La miscela ancora non aveva raggiunto l'amalgama giusta, vuoi per l'obbligo di pubblicare ad una frequenza ridicolmente alta, vuoi per una fase di assestamento che si potrebbe anche considerare fisiologica.
Nel 1974, però, il panorama sta cambiando. Il rock "fatto con la testa invece che coi piedi" profetizzato da Fripp ha creato un fronte, sempre più compatto, di haters, che non vuole sentir parlare di tempi dispari, arrangiamenti sinfonici o strumenti classici, di bravura e tecnica - l'orizzonte brulicava di orde barbariche pronte a spazzare via la civiltà del prog rock, considerata debole e decadente. E Robert Fripp ha sempre avuto un buon istinto per i giri di vento.
Ed eccoci quindi, dopo un preambolo lungo quasi quanto "The Lamb Lies Down on Broadway", a parlare finalmente del capolavoro "Red", che prende le asperità jazz-rock con cui la band stava lavorando e le mette a fuoco, le inquadra, fotografandole nella loro forma ideale. I cinque brani che compongono l'album includono due strumentali (l'iconica title-track e "Providence"), la strepitosa ballad "Fallen Angel", l'aggressiva "One More Red Nightmare" che di fatto apre la strada a ciò che di li a qualche anno si chiamerà "prog metal", e il lungo ottovolante di "Starless", capolavoro del genere, tra i più alti pinnacoli creativi della musica inglese negli anni '70. Al netto della natura semi-improvvisata di "Providence", costruita assemblando registrazioni live con sovraincisioni in studio, i 40 minuti di "Red" rappresentano una masterclass di sintesi e rimozione del superfluo: persino quando al trio che costituisce la band a quel punto (oltre a Fripp, ci sono il formidabile batterista Bill Bruford e l'ottimo cantante/bassista John Wetton) si aggiungono il violino di David Cross, i sassofoni di Ian McDonald e Mel Collins, il corno di Mark Charig o l'oboe di Robert Miller, il tiro rimane teso e affilato, a tratti abrasivo. Non si trovano un atomo di vanagloria né una nota leziosa: serva da esempio il lungo, vertiginoso crescendo di "Starless", che perfettamente cattura la sensazione di ansia e pericolo imminente che evidentemente si respirava all'epoca. Nonostante una durata ben superiore agli 11 minuti, neanche un istante di questo pezzo va sprecato, anche per merito del testo di Richard Palmer-James, qui alla sua prova migliore da paroliere dei Crims.
Certo, le voci sull'approssimarsi della fine del mondo della metà degli anni '70 si sono poi rivelate largamente esagerate, ma rimane la forza, verissima e tangibile, della sensazione di "buio pesto, senza stelle" catturata dai King Crimson in "Red". Un disco noto per dare dipendenza, un disco che continua ad esercitare la propria influenza, musicale ma ancor più filosofica, su generazioni distanti anche decenni dalla sua uscita, fino ai giorni nostri.
- Spartaco Ughi
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