venerdì 4 ottobre 2024

Dream Theater: "Awake" (1994)

Usciva trent'anni fa oggi "Awake", terzo album dei Dream Theater e una delle opere migliori di una delle formazioni più significative del prog metal anni novanta e oltre. Si tratta anche dell'ultimo disco con l'irrequieto tastierista originale Kevin Moore, che dopo quasi un decennio in compagnia di John Petrucci, John Myung e Mike Portnoy decide di lasciare in cerca di nuovi stimoli.



(disco completo qui: https://tinyurl.com/ykrdnb95)

Dopo il successo di "Images and Words", che li rese istantaneamente la più importante formazione di progressive metal del decennio, i Dream Theater si trovano spinti dalla casa discografica a incidere un seguito di successo, che includa un pezzo carico alla "Pull me under". La cosa non va troppo a genio al quintetto, che per fortuna incontra due produttori illuminati nelle figure di John Purdell (tastierista di Ozzy Osbourne che morirà tragicamente a soli 44 anni per un cancro alla prostata) e Duane Baron, che assecondano in ogni modo possibile le ambizioni e i desideri del quintetto di Long Island, New York, assicurano loro libertà creativa e riescono a tirare fuori il meglio dai suoni della band, che si dichiarerà entusiasta dell'esperienza.

Il disco si apre con la strepitosa "6:00", firmata da Moore, traccia di hard rock progressivo che vede il gruppo spingersi quasi in direzione Deep Purple, visti i riferimenti blueseggianti e la ritmica quasi r&b che ricorda certe soluzioni del batterista dei Purple, Ian Paice. L'aggressiva "Caught in a Web" ospita una eccellente prova vocale del canadese James Labrie, che abbandona in gran parte il suo tenore lamentoso per un approccio aggressivo che non è mai fuori luogo o sopra le righe. "Awake" è probabilmente il disco in cui le doti vocali del cantante sono al loro culmine, sia per quello che riguarda le scelte stilistiche che per la condizione generale della sua voce. "Innocence Faded", scritta dal chitarrista John Petrucci (che usa una chitarra sette corde per la prima volta proprio su questo disco) apre un primo spazio melodico nella granitica natura dell'album, nonostante Labrie questa volta non riesca a contenersi - peccato perché in gran parte della canzone la sua prova vocale è un'altra volta superlativa. Interessante che "6:00" e "Innocence Faded" siano state scritte rispettivamente da Moore e Petrucci riguardo allo stesso tema, ovvero alla decisione di Moore di andarsene dal gruppo, cosa che porrà fine a un'amicizia iniziata negli anni della scuola.

Segue la suite in tre parti "A Mind beside Itself": la prima parte, "Erotomania", è uno degli strumentali più famosi del gruppo, dimostrazione a parere di chi scrive che nel rock e nel metal una dinamica di gruppo creerà momenti strumentali spesso più interessanti rispetto a quelli ottenuti anche da geni come Joe Satriani e Steve Vai quando invece di lasciare respirare musica e musicisti operano da solisti accentratori del suono: il tema di tastiera a metà brano, da cui emergono prima la ritmica e poi un breve, contenuto solo di Petrucci, senza considerare il suo assolo verso il finale, sono momenti davvero superbi dell'album. Myung, spesso messo in ombra dal resto dei compagni, si ritaglia un momento di grazia alla fine, che prosegue sull'inizio dell'ottimo brano successivo, "Voices", che si fa bello di un'altra sensazionale prova di Labrie, del sognante crescendo centrale, e di un ispirato solo di Petrucci. La trilogia viene completata dalla superflua ballata acustica "The Silent Man", opera del solo Petrucci, che rispolvera il sentimentalismo corrivo che rappresenta uno dei punti deboli del gruppo.

"Lifting shadows off a dream", del bassista John Myung, con i suoi delay alle The Edge di Petrucci e i ritornelli da stadio, sembra rispondere alla domanda 'come suonerebbero gli U2 se facessero prog metal?', ed è certamente fra i punti più alti del disco.

La malinconica ballata progressive "Space Dye Vest", oltre a essere scritta da Moore, è anche unicamente arrangiata dal tastierista e rappresenta una sorta di saluto finale ai compagni, oltre che uno dei più seri contendenti alla palma di migliore canzone della carriera dei Dream Theater. L'irrequieto tastierista, dopo otto anni con il gruppo, decide di lasciare, per un bisogno di libertà sia dalla vita fatta di concerti sia dalle dinamiche di band che lo fanno sentire impossibilitato ad esprimere pienamente le sue idee musicali. La sua sarà una carriera divisa fra musica e altre attività, in modo irrequieto e incostante come da sua personalità (si pensi che nel 2020 è divenuto uno psicoterapeuta clinico).

I Dream Theater, dopo avere reclutato il brillante Derek Sherinian per riempire il buco lasciato da Moore, risponderanno con quello che è probabilmente il loro magnum opus, "A change of seasons" (1995), che pone probabilmente fine al decennio più creativo della formazione newyorkese, almeno a parere di chi scrive. Molti altri preferiscono la fase successiva, quella che contiene il loro best-seller "Scenes from a Memory" (1999). Ma al vostro umile recensore quel disco è sempre suonato come una ritirata. Ne riparleremo?

Prog Fox

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