giovedì 26 settembre 2024

John Lennon: "Walls and Bridges" (1974)

Usciva cinquant'anni fa oggi "Walls and Bridges", album in studio di John Lennon. Nonostante le rivalutazioni critiche postume (e nonostante "Whatever Gets You thru the Night", l'unico #1 in America del nostro eroe), il disco rimane un capitolo minore nella sua discografia, testimonianza del suo 'lost weekend', periodo di fuga da Yoko Ono e da New York passato a LA nel disimpegno e nell'edonismo.



(disco completo qui: https://tinyurl.com/44xz3wbe)

“Walls and Bridges” fa parte di quella lista di album, nella storia del rock, che quando escono valgono poco o nulla, ma dopo qualche anno vengono riscoperti e glorificati da pubblico e critica. Soprattutto se l’autore è morto. L’album di per sé non è brutto, ma è in massima parte dimenticabile. Rappresenta quella capacità innata di John di buttarsi a capofitto in progetti titanici e impossibili, con quella paradossale pigrizia. In questo caso si tratta del celeberrimo "lost weekend”, ovvero un periodo di 18 mesi in cui il Nostro si isola dalla quotidiana routine che aveva instaurato negli States con Yoko, lascia la sua storica compagna e va in California con un gruppo anarchico di amici, più che altro a bighellonare (citiamo Ringo Starr e Keith Moon, tra gli altri). In questo periodo di distacco mentale e fisico dall’ambiente politicamente impegnato e stressante di New York, John riesce anche a scrivere ed infine pubblicare due album: il primo, “Mind Games” (fine 1973), sicuramente più strutturato e riuscito, ideato e prodotto prima del weekend perduto, e il secondo “Walls and Bridges” (settembre 1974), immerso totalmente in questo periodo picaresco.

L’album è pervaso di una malinconica luca lennoniana, anzi lennonsensiana, riprendendo quel vecchio gioco di parole che divertiva molto John, e si nota anche dalla copertina dell’album. Ma il suo respiro non è ampio e libero come i precedenti successi (penso a “Imagine”), e questo è paradossale perché viene pensato e concepito in un momento di profonda libertà per l’artista. Questo periodo di distacco bohemienne non giova globalmente alla creatività e all’esecuzione finale. Salvando gli arcinoti singoli “Whatever Gets You Thru the Night” e “#9 Dream”, che sono dei gioielli nel firmamento creativo del Nostro, gli altri brani sono di difficile fruizione, quasi biascicati nella loro forma di esecuzione al limite del dilettantesco o, alternativamente, cervellotico. Manca il coraggio di un rock più incisivo che John aveva già sperimentato e maneggiato con enorme successo, come quasi si fosse impaludato in qualche sabbia californiana con Doors e Beach Boys in sottofondo.

Non stupisce la tiepida accoglienza della critica, con NME che scrive di brani “in generale poco brillanti” e che i testi “sembrano meccanici, a manovella, come giochi di parole ben collaudati”. E sinceramente è difficile dargli torto. Salviamo però tra i brani anche “Scared” con la sua interessante osmosi di sentimenti per Yoko, lasciata sola a New York, e “Steel and Glass” che è una passabile ballata folk dai contorni spietatamente dark.

Quando si parla di John Lennon è sempre un’abitudine, da parte della critica, togliersi il cappello e mettersi i guanti bianchi. Il disco ha avuto diverse riscoperte in tempi più o meno recenti, ed è stato paragonato ai migliori “John Lennon/Plastic Ono Band” e “Imagine”. Ma la sostanza cambia poco; e se da una parte è corretto recuperare tutto di un autore scomparso prematuramente e conservarlo come fosse un prezioso tesoro che aumenta di valore nel tempo, non è certo il caso di rimanere ancorati a una concezione idilliaca del personaggio, trasformato in mito vivente. E’ nettamente più facile giudicare la sterminata produzione di Paul, parlando di colleghi ex Beatle, dato che è, per forza di cose, più ampia in quanto numero di album. In questo caso gli alti e bassi si notano piuttosto bene, senza troppe santificazioni dovute alla vita e soprattutto la morte di John. Ma tornando a “Walls and Bridges” il mio consiglio è in ogni caso di concedergli un ascolto attento, per ritrovare, anche nei “bassi” di un artista, la sua voce perduta che non vivremo mai più, se non nella sua eredità musicale.

- Agent Smith

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