Esce cinquant'anni fa oggi "the Power and the Glory", sesto album dei prog rocker britannici Gentle Giant. Un buon disco della seconda fase della carriera del gruppo (quella senza il membro fondatore Phil Shulman, che ha lasciato dopo il quarto disco, "Octopus"), una fase che vede il pubblico britannico disinteressarsi mentre i risultati di vendite migliorano sull'altra sponda dell'Atlantico, sia in Canada che negli Stati Uniti.
(disco in versione estesa: https://tinyurl.com/2tu5hexv
Dopo quattro album in studio, di cui gli ultimi tre veri capolavori del progressive rock britannico, i Gentle Giant perdono uno dei loro membri fondatori e compositori, Phil Shulman, fratello di due altri membri fondatori del complesso (Derek e Ray). Il gruppo, a causa di questa perdita, per limiti intrinseci oppure per la naturale involuzione di tanti gruppi rock, non ritroverà mai più la fortunata vera di "Acquiring the Taste", "Three Friends" e "Octopus", sebbene continui per buona parte degli anni settanta a produrre opere interessanti.
È il caso di "the Power and the Glory", sesto album del gruppo e successore di "In a glass house" (1973). Se quest'ultimo era stato il disco più astratto e spigoloso del gruppo (superato in questo senso solo da "Interview", loro ottavo lavoro del 1976), "the Power and the Glory" rappresenta una evoluzione dello spigoloso nell'hard rock e un ritorno sui propri passi rispetto agli eccessi di astrazione e opposizione all'ascoltatore. I Gentle Giant decidono anche di incidere per la seconda volta un concept album che, come annuncia abbastanza chiaramente il titolo, si occupa della sete di potere e della corruzione della politica. Il disco non racconta una vera e propria storia, ma più che altro i sentimenti e i pensieri di un politico che parte da ambizioni sincere di cambiamento e di fare il bene della popolazione ("Proclamation") e arriva al culmine della propria parabola ad avere come orizzonte unico la conservazione del potere a tutti i costi ('things must stay, there must be no change', nella chiusura disperata di "Valedictory").
Una particolare menzione va alle novelle influenze funky, riscontrabili in una certa sincopazione, che riguardano solo gli aspetti ritmici però, mentre le melodie rimangono appannaggio di influenze folk, classiche, romantiche, moderniste. La sincopazione del funky si sposa sorprendentemente bene con i tempi dispari e i cambi di tempo dei Gentle Giant in due dei brani migliori del disco, l'aggressiva "Proclamation", che mette in mostra le robuste canne del cantante principale Derek Shulman, e "Playing the Game", in cui le tastiere sornione di Kerry Minnear trovano una contromelodia geniale ed esaltante nel basso di Ray Shulman.
Un po' inferiori i brani che sembrano riprese un po' meno riuscite di idee già sentite in altri dischi, come "So Sincere" e "Aspirations" (imitazioni rispettivamente dello stile spigoloso e di quello sognante che si ritrovava su "In a glass house"). Le aggressive "Cogs in Cogs" e "The Face" (con stupendi riff e assoli incrociati di Ray Shulman al violino e al violino elettrico e di Gary Green alla chitarra elettrica) indicano invece la strada verso l'hard prog del successivo, settimo album ("Free Hand", 1975), che non a caso sarà ancora più apprezzato dal pubblico americano.
Passato in modo irreversibile il momento d'oro del progressive rock britannico, i Gentle Giant rimangono fra i migliori esponenti del genere nonostante il fatto che la genialità dei primi quattro album resti irraggiungibile.
- Prog Fox
#gentlegiant:
#garygreen (chitarre acustiche & elettriche, voce)
#kennyminnear (pianoforte, piano elettrico, organo hammond, clavinet, sintetizzatore, vibrafono, marimba, violoncello & voce)
#derekshulman (voce & sax tenore)
#rayshulman (basso elettrico, chitarre acustiche, violino, violino elettrico & voce)
#johnweathers (batteria, percussioni & voce)
Lato 1
1. "Proclamation" 6:47
2. "So Sincere" 3:51
3. "Aspirations" 4:40
4. "Playing the Game" 6:46
Lato 2
1. "Cogs in Cogs" 3:07
2. "No God's a Man" 4:27
3. "The Face" 4:12
4. "Valedictory" 3:21
Tutti i brani composti da Kerry Minnear, Derek Shulman & Ray Shulman
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