Usciva quarant'anni fa oggi "Some great reward", quarto album dei Depeche Mode. Il disco continuava la scalata verso il successo della rinnovata vene industrial-dark del gruppo ("Blasphemous Rumours"), con il singolo "People are People" che raggiunge il #12 nelle classifiche statunitensi, mentre l'album arriva al #5 nel Regno Unito e addirittura al numero 1 in Germania, dove i Depeche Mode avevano stabilito una seconda casa negli studi Hansa di Berlino dove negli anni settanta avevano inciso David Bowie e Iggy Pop.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/2s3s76sa)
Usciva nel settembre di 40 anni fa "Some Great Reward", quarto album in studio dei Depeche Mode. Organico alla produzione della band fino a quel punto, il disco contiene alcuni dei loro classici e marca un altro passo nella direzione dark/industriale che caratterizzerà il periodo d'oro del(l'allora) quartetto di Basildon.
"Some Great Reward", assieme con il precedente "Construction Time Again", rappresenta il necessario assestamento dei Mode, passata dalla breve monarchia di Vince Clarke, all'ancor più breve interregno come trio, all'ingresso di Alan Wilder nella formazione. Wilder rappresentava non solo il miglior "musicista" del gruppo, capace com'era di suonare eccellentemente le tastiere e destreggiarsi con molti altri strumenti, ma anche il sound designer che regalò alla band la reputazione che ebbe nel panorama elettronico, grazie ad una miscela perfetta tra suoni sintetici sempre piu sofisticati e campionamenti croccanti e affilati.
Giunti alla seconda prova con questa formazione, i Mode hanno ormai trovato una formula che funziona: le canzoni di Martin Gore vengono prima vestite dai suoni di Wilder e poi infuse di un'anima che vive e respira dalla voce baritonale di Gahan, qui ormai prossima alla definitiva maturazione. E la formula funziona ancora meglio di quanto visto in precedenza, nel senso che di canzoni memorabili se ne contano ancora di più, e ancora più variegate: "People are People", primo abbozzo di hit americano per i Mode, sfoggia campionamenti al limite dell'industrial al servizio di una canzone piu pop che rock, dedicata a pace e tolleranza; "Master and Servant" mette in pista un giocoso inno BDSM servito su un piatto di dance-pop accattivante e sensuale; "Blasphemous Rumours", d'altra parte, parla della disabilità di un'adolescente, che ritiene che Dio stesso la stia facendo soffrire soltanto per farsi una risata alle sue spalle. E questa breve lista, schizofrenica come appare, mette insieme I SINGOLI estratti da "Some Great Reward" (l'ultimo citato rilasciato come doppio lato A con "Somebody", piano ballad melodrammatica con colpo di scena finale).
Oltre ai singoli, forse per la prima volta in un album dei Mode, ci sono altre canzoni di livello paragonabile: l'opening ansiogeno di "Something to do" avrebbe fatto le fortune di qualsiasi band dark coeva, e le suadenti "Lie to me" e "If you Want" avrebbero avuto tutte le carte in regola per riempire di pischelli le piste da ballo di tutta Europa. "It doesn't matter", pur mollacciosa, e "Stories of Old", pur generica nella sua anniottantezza, presentano spunti interessanti a livello di ricerca sonora, i cui frutti si sentiranno forti nei dischi successivi.
Chi scrive aderisce, con noiosa prevedibilità, alla vulgata comune che asserisce la superiorità della produzione della seconda metà degli anni '80 rispetto ai pure gradevoli dischi precedenti. I Mode, pur non esplodendo di popolarità negli anni della formazione, sapranno dimostrarsi campioni di longevità grazie alla maturazione dei loro membri. Il punto di svolta dista solo due anni, con in mezzo una raccolta di singoli a celebrare la prima parte della carriera della band che, forse più di tutte, rappresenta gli eighties nella loro bipolare interezza.
- Spartaco Ughi
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