venerdì 10 maggio 2024

St Vincent: "All born screaming" (2024)

È uscito due settimane fa esatte "All Born Streaming", settimo album di Annie Clarke, nota ai più come St Vincent. Primo album interamente autoprodotto dalla polistrumentista americana, vanta la collaborazione di Dave Grohl alle batterie di due singoli, e promette di raggiungere lo status di classico istantaneo.



(disco completo qui: https://tinyurl.com/z6puu9er)

Dieci anni e un paio di settimane fa, Annie Erin Clarke in arte St Vincent dava alle stampe un disco auto-intitolato, il quarto della sua carriera solista (escludendo cioè la collaborazione con la testa parlante David Byrne, uscito due anni prima), che per molti rappresenta l'apice della carriera della musicista e cantante americana. Chi scrive non ha mai aderito a questo punto di vista, considerando St Vincent inferiore a tutti gli album precedenti, e certamente anche al suo successore "Masseduction", una perla di glam-pop-rock deliziosamente easy-listening nelle melodie, quanto disturbante e nevrotica nei temi trattati nei testi. A questo aveva fatto seguito il deludente "Daddy's Home", non interamente riuscito excursus anni '70 di una delle poche voci davvero fresche e "moderne" del panorama che, perlomeno noi nostalgici, ci ostiniamo a chiamare rock. Questo dotto preambolo è necessario perchè alla domanda su quale sia il capolavoro di St Vincent, o se addirittura ne abbia mai prodotto uno, è stata definitivamente data una risposta in questi giorni. "All Born Screaming" è un pinnacolo creativo, compositivo e produttivo che sancisce definitivamente, irreversibilmente l'ingresso di St Vincent nel gotha della musica rock contemporanea.

I toni crepuscolari del disco vengono annunciati nell'opening "Hell is Near", che ripara il "danno" fatto da "Daddy's Home" dimostrando che la nostra ha imparato la differenza tra scimmiottamento dei seventies e la loro assimilazione in un contesto moderno: i simil-mellotron, gli arpeggi di chitarra e la coda di pianoforte fanno pensare un po' al Bowie della transizione tra glam e duca bianco, suonando peró come li avrebbero suonati i The Knife se questi fossero stati una band rock e non un duo di elettronica sperimentale; il concetto viene martellato ulteriormente nella successiva "Reckless", che da canto di liturgia oscura si trasforma letteralmente in synthwave da "Black Celebration". Segue il trio di singoli finora rilasciati, in ordine di pubblicazione, che strappano violentemente in direzione '90s: "Broken Man" é Trent Reznor costretto a fare un singolo grunge, contrabbandandoci dentro tutta la postproduzione e i sintetizzatori che riesce a farci stare; "Flea" costruisce una canzone di pura paranoia co-dipendente su un ritmo di milonga, che non dura 40 secondi prima di esplodere in un anthem da stadio a cui i Muse odierni possono giusto giusto spicciare casa, e poi in un bridge in cui fanno di nuovo capolino sintetizzatori vintage per ricordarci che sí, questa è ancora la St Vincent del 2024; e poi c'è la stre-pi-tosa "Big Time Nothing", in cui il vostro umile recensore sente, nell'ordine: gli U2 di Numb nel simil-rap della strofa, i sintetizzatori di "Closer" dei Nine Inch Nails (che poi sono quelli dei Depeche Mode) immediatamente seguiti da diversi graffi da Chemical Brothers, seguiti da coretti e one-two-three-four molto glam e sfacciati che poi vanno a convergere in un assolo di Prince ospite in un disco dei King Crimson, circa 1981. Forse chi scrive deve fare il tagliando al cervello, ma questi tre minuti di canzone, DA SOLI, sono meglio di praticamente ogni cosa passata dalle nostre orecchie negli ultimi otto anni circa.

Chiuso con eufemistica autorevolezza quello che i nostalgici cui facevamo riferimento due paragrafi sopra si ostinano a chiamare "il lato A", il disco fa una nuova curva a gomito per entrare in territori da tema di James Bond con "Violent Times", in cui la strofa rivelatrice è "Almost lost it chasing dollar signs": dopo oltre un decennio inseguendo il successo in maniera sempre piú nevrotica, St Vincent pare essere riuscita, almeno in parte, a ri-centrarsi e a ritrovare la sua voce, pop e bizzarra quanto si vuole, ma certamente rock. Se le prime cinque canzoni dell'album possono perció essere interpretate come la pira funeraria di dieci o piú anni di carriera (un rock and roll suicide,,con tanto di suggestiva auto-combustione in copertina), il lato B razzola nelle ceneri, riportandoci la St Vincent eclettica, orchestrale e "pura" dei primi tre album. La ballad "The Power's Out" é un finto-valzer a tema apocalisse in metropolitana in cui un blackout viene vissuto dalla voce narrante quasi con sollievo, visto che ora ha una scusa per smettere col solito tran-tran; il ritmo reggaeton di "Sweetest Fruit" regge una melodia catchy tenuta insieme da sintetizzatori obliqui e detuned che apre con un controverso omaggio alla produttrice Sophie, morta in un incidente domestico raccontato nei dettagli, e al di lá delle critiche ricevute (ma lo stesso trattamento era stato riservato ad altre icone femminili morte tragicamente, in "The Melting of the Sun", tre anni fa), ci sentiamo di chiedere cosa ci sia di piú rock and roll di un sano, maldestro cattivo gusto. A proposito di cattivo gusto, "All the Planets" é un mid-tempo a ritmo reggae che offre piú di un omaggio ai Talking Heads e che, pur non essendo meno che buono, é forse il pezzo meno forte dell'album. Il grafico della qualitá torna ad impennarsi nella title track in chiusura del disco, che ricorda un po' i Police nelle musiche e negli arrangiamenti ma che sembra, tematicamente, fare pace con i drammi e le nevrosi della vita moderna, non solo di una rockstar: siamo tutti nati urlando, la vita stessa é ribellione, e allora con queste ceneri facciamo dei giocosi pupazzi di neve neri, e trasformiamo un brano di pop-rock persino elegante in un un rave psichedelico che si chiude in cori gregoriani.

Nessun tipo di ottimismo, ma nemmeno alcuna traccia di nichilismo o di arrendevolezza sono presenti in quelli che noi nostalgici ci ostiniamo a chiamare "solchi" di quest'album. "All Born Screaming" é un classico istantaneo come non ne escono tutti gli anni, e l'ultimo esempio paragonabile é il dittico di commiato di Sua Santitá il Duca Bianco David Bowie, "The Next Day" e "Lazarus", di cui condivide anche alcuni tratti tematici: un risultato impressionante, soprattutto se si considera che quest'album é stato interamente prodotto dalla sola St Vincent. Menzione speciale va infine fatta per le batterie di Dave Grohl in "Broken Man" e "Flea", che mettono il carico di energia rock and roll su due brani giá forti per sé. Non importa cosa pensate di St Vincent, non importa quale sia "il vostro genere", non importa se siete dei boomer o degli zoomer o qualsiasi generazione nel mezzo, non importa cosa state facendo in questo momento: se la musica è una vostra passione, mollate tutto e ascoltatevi quest'album.

- Spartaco Ughi

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