venerdì 3 maggio 2024

Marillion: "Marbles" (2004)

Usciva vent'anni fa oggi "Marbles", album dei prog rocker britannici Marillion. Gargantuesco e verboso, composto di ben quindici tracce per una durata di oltre 98 minuti che corrono su due cd o tre LP, è una delle opere più ambiziose della seconda metà della carriera del gruppo. Interminabile ed eccessivo come il prog rock richiede, è fortunatamente nobilitato dalla presenza di alcune canzoni fantastiche come le lunghe "Invisible Man" e "Neverland", che aprono e chiudono l'album con epos da oltre dodici minuti l'una.



(disco completo: https://tinyurl.com/2p8fe2m5)

Immersi in un'aura di culto poco utile negli anni zero per spostare le case discografiche dalle logiche che avrebbero portato al loro stesso tracollo, i Marillion sono tra i pionieri del crowdfunding e della distribuzione online. Il relativo successo delle operazioni precedenti ("Anoraknophobia", 2001) consente loro di dedicare tempo ed energie a quello che sarà probabilmente la migliore opera del terzo decennio della loro carriera: "Marbles".

Opera gargantuesca che si snoda per 100 minuti sull'arco di due CD, "Marbles" avrebbe facilmente potuto rappresentare il tipico esempio di abuso moderno delle risorse digitali e della pazienza dell'ascoltatore, problema non di rado associato in quegli anni a band contigue ai Marillion come Dream Theater, Flower Kings e Transatlantic, per menzionare le prime che vengono in mente. Oggigiorno poi il problema è esplosivo e fuori controllo, dato che i vecchi gruppi che ancora resistono pubblicano edizioni in cofanetto da seimila cd di ogni loro vecchio album. Ma qui stiamo andando decisamente fuori tema: questo era un disco totalmente nuovo, e che poteva fallire spettacolarmente. Invece è uno dei pochi dischi da quasi due ore che funziona, pur non essendo aiutato dall'essere una rock opera, come era per esempio "The Wall" dei Pink Floyd.

"Marbles" si apre con una delle migliori canzoni della carriera dei Marillion, quello che è probabilmente il punto più alto del disco: "The Invisible Man". La trama della canzone riprende una delle storie classiche dell'orrore di inizio Novecento, ma l'interpretazione vocale di Steve Hogarth, che lo interpreta in prima persona, rende il brano qualcosa di davvero fuori dal comune. Vale assolutamente la pena godersi le versioni dal vivo del pezzo che circolano online. Musicalmente siamo dalle parti di epico progressive dai suoni neo che scorre sinuoso, tra cataratte e dolci declivi, per un arco di tredici minuti di meraviglia.

Quattro frammenti musicali intitolati semplicemente "Marbles" fanno da sorta di trait-d'union tra le varie sezioni, suggerendo che un vago tema dell'album sia la perdita della sanità mentale ('losing your marbles' in inglese significa 'perdere la testa'), come emerge dalla narrazione delle liriche di vari pezzi, da "Invisible Man" e "Drilling Holes" agli interludi stessi (il protagonista dei quali colleziona 'marbles', ovvero biglie, finendo per smarrirle nel corsod degli anni - molto suggestivo, nevvero?).

L'unico vero difetto che si può imputare al disco sono i suoni scelti dai musicisti, che rimangono nell'alveo rassicurante di un placido neo prog con mix molto chiari, poca distorsione che a volte si traduce in sonorità troppo leggere ed esangui, una batteria con i tipici suoni nineties/zeroes poco incisivi anche se molto ben registrati. Non che ci si aspetti il suono bombastico dei Marillion anni ottanta o qualcosa di retro, ma un suono più corposo che non sia identico a quello di altre seimila band neoprog dell'epoca magari lo si vorrebbe. Quando è necessaria aggressività, il gruppo deve aggrapparsi alla voce di Hogarth come un navigatore oceanico al proprio timone (vedere alla voce "Ocean Cloud"). Quando il brano è un generico pop rock da classifica, cosa che per fortuna non avviene quasi mai, sono dolori ("Don't hurt yourself", tra U2 e i pezzi più anonimi dei Pink Floyd anni novanta).

Fatta questa critica, ci si può immergere in un album che ha una sua apprezzabile omogeneità stilistica, apprezzabile soprattutto in quanto l'elevato numero di brani significativi, da belle canzoni come "Genie" ad epos come la summenzionata "Invisible Man" e la conclusiva "Neverland" (altro massimo relativo del disco), fa sì che questa omogeneità non coincida mai con la noia. Forse il momento più impegnativo per l'ascoltatore è "Ocean Cloud", dedicata al navigatore britannico Don Allum: secondo dei tre brani epici dell'album, è anche quello più lungo (diciassette minuti), e nonostante contenga alcune sezioni interessanti, in esso a tratti il gruppo appare un po' perso, forse più preoccupato di fare un brano che avrebbe potuto occupare l'intera facciata di un vecchio LP che non di asciugarlo e renderlo più efficace.

Impressionante comunque il crescendo finale dell'album: le ultime canzoni sono la delicata "Angelina" (con la seconda voce dolcissima di Carrie Tree), il nonsense da Lewis Carroll di "Drilling Holes" e la disperazione esistenziale dell'epica "Neverland", tre dei brani migliori del disco, uno più riuscito e intenso dell'altro

Quanti artisti hanno realizzato un disco così superbo a più di vent'anni dall'inizio della loro carriera?

- Prog Fox

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