Il 30 aprile di quarant'anni fa usciva "Junk Culture", album dei britannici Orchestral Manoeuvres in the Dark. Era il disco che sanciva la fine dell'era migliore del gruppo, e l'inizio di una serie di album sicuramente godibili e piacevoli, ma senza il genio e la straordinarietà dei primi lavori.
(disco completo: https://tinyurl.com/mt2mr6en)
Capita al recensore di trovarsi a tirare le somme, a distanza di decenni plurimi, di alcune delle coincidenze che attengono alla storia della musica Pop. Nell'aprile del 1984 arrivavano nei record store i rispettivi nuovi album di due delle formazioni piú importanti e seminali della New Wave d'oltremanica, e ciascuno segnerá l'inizio della fine per le formazioni in esame: di "Lament", e della relativa stagnazione che esso ha rappresentato nella carriera degli Ultravox, abbiamo scritto di recente; questa volta parliamo di questo "Junk Culture", quinto lavoro in studio degli Orchestral Manoeuvers in the Dark, pionieri del synthpop e autori di una delle prime smash hit appartenenti al genere ("Enola Gay" ovviamente, che ironicamente fa il paio con la "Sleepwalk" di Ure, Currie e compagni).
Se la caduta di"Lament" puó essere imputata alla sua incapacitá di uscire dai binari cui i suoi autori erano abituati, "Junk Culture" fallisce per il motivo opposto: il disperato tentativo da parte della premiata ditta Humphreys/McClusky di recuperare il seguito perso a cavallo tra il terzo disco, "Architecture and Morality" (3 milioni di copie vendute) e il quarto, "Dazzle Ships" (capace appena di superare le trecentomila copie vendute, e da noi colpevolmente non recensito) porta a un disco confuso, tra sperimentazioni a metá e disperati tentativi di arruffianarsi un pubblico che, nel giro di pochi anni ha voltato le spalle all atmosfere dark per abbracciare i colori e la leggerezza per cui gli '80 sono tuttora ricordati, a torto a ragione.
E allora spazio a un dub poco ispirato nella title track in apertura, in cui la linea di basso è noiosa e le idee melodiche, sufficienti per un veloce mordi e fuggi di due minuti, vengono spalmate sottili sui quattro abbondanti; spazio a scomposizioni ritmiche "alternative" con "Apollo", a tratti davvero sgradevole, e a sciatte imitazioni dei Joy Division in "Hard Day". Anche "Tesla Girls", il supposto singolo di grido sulla scia di "Electricity" e "Enola Gay", risulta stucchevole. Si salvano a malapena "Locomotion", non brillantissima ma nemmeno noiosa, "White Trash" per il suo assolo di sassofono, e "Love and Violence", per l'interpretazione vocale piú sentita del lotto. La sufficienza piena, peró, la raggiungono solo tre brani: la synth-salsa di "All Wrapped Up", che suona un bizzarro tentativo di imitare i Talking Heads (che rilasceranno "Nothing but Flowers", la cugina "stabile" di questa canzone, un paio d'anni dopo); l'atmosferica "Never Turn Away", una ballad synth-pop competentemente assemblata; e soprattutto la conclusiva "Talking Loud and Clear", l'unico brano all'altezza del pedigree degli OMD, ovvero genuinamente godibile e coinvolgente.
Difficile dire se a provocare questa sbandata, da cui la band non si riprenderá mai del tutto, sia l'improvviso inaridirsi della vena creativa, o se la svolta "commerciale" davvero abbia avuto effetti nefasti oltre ogni previsione. Le atmosfere superficiali di "Junk Culture" non si addicono a Humphreys e McClusky, e lo stesso vale per l'abuso di sampler e per le batterie elettroniche, davvero noiose e ripetitive. Le linee di basso sono davvero poco ispirate, e anche la ricerca di nuovi suoni sintetici e le linee di tastiera, che dovrebbero essere il fiore all'occhiello della ditta, sono qui risibili. Degli O.M.D. rimangono quindi 3 album, grandi come grande é stato il loro successo, e un quarto album di sperimentazione spinta che fallirá gli obiettivi di vendite; dopo di essi, una distesa di opere minori, non sempre deludenti, ma a volte deludenti quanto "Junk Culture".
- Spartaco Ughi
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