martedì 30 aprile 2024

Orchestral Manoeuvres in the Dark: "Junk Culture" (1984)

Il 30 aprile di quarant'anni fa usciva "Junk Culture", album dei britannici Orchestral Manoeuvres in the Dark. Era il disco che sanciva la fine dell'era migliore del gruppo, e l'inizio di una serie di album sicuramente godibili e piacevoli, ma senza il genio e la straordinarietà dei primi lavori.



(disco completo: https://tinyurl.com/mt2mr6en)

Capita al recensore di trovarsi a tirare le somme, a distanza di decenni plurimi, di alcune delle coincidenze che attengono alla storia della musica Pop. Nell'aprile del 1984 arrivavano nei record store i rispettivi nuovi album di due delle formazioni piú importanti e seminali della New Wave d'oltremanica, e ciascuno segnerá l'inizio della fine per le formazioni in esame: di "Lament", e della relativa stagnazione che esso ha rappresentato nella carriera degli Ultravox, abbiamo scritto di recente; questa volta parliamo di questo "Junk Culture", quinto lavoro in studio degli Orchestral Manoeuvers in the Dark, pionieri del synthpop e autori di una delle prime smash hit appartenenti al genere ("Enola Gay" ovviamente, che ironicamente fa il paio con la "Sleepwalk" di Ure, Currie e compagni).

Se la caduta di"Lament" puó essere imputata alla sua incapacitá di uscire dai binari cui i suoi autori erano abituati, "Junk Culture" fallisce per il motivo opposto: il disperato tentativo da parte della premiata ditta Humphreys/McClusky di recuperare il seguito perso a cavallo tra il terzo disco, "Architecture and Morality" (3 milioni di copie vendute) e il quarto, "Dazzle Ships" (capace appena di superare le trecentomila copie vendute, e da noi colpevolmente non recensito) porta a un disco confuso, tra sperimentazioni a metá e disperati tentativi di arruffianarsi un pubblico che, nel giro di pochi anni ha voltato le spalle all atmosfere dark per abbracciare i colori e la leggerezza per cui gli '80 sono tuttora ricordati, a torto a ragione.

E allora spazio a un dub poco ispirato nella title track in apertura, in cui la linea di basso è noiosa e le idee melodiche, sufficienti per un veloce mordi e fuggi di due minuti, vengono spalmate sottili sui quattro abbondanti; spazio a scomposizioni ritmiche "alternative" con "Apollo", a tratti davvero sgradevole, e a sciatte imitazioni dei Joy Division in "Hard Day". Anche "Tesla Girls", il supposto singolo di grido sulla scia di "Electricity" e "Enola Gay", risulta stucchevole. Si salvano a malapena "Locomotion", non brillantissima ma nemmeno noiosa, "White Trash" per il suo assolo di sassofono, e "Love and Violence", per l'interpretazione vocale piú sentita del lotto. La sufficienza piena, peró, la raggiungono solo tre brani: la synth-salsa di "All Wrapped Up", che suona un bizzarro tentativo di imitare i Talking Heads (che rilasceranno "Nothing but Flowers", la cugina "stabile" di questa canzone, un paio d'anni dopo); l'atmosferica "Never Turn Away", una ballad synth-pop competentemente assemblata; e soprattutto la conclusiva "Talking Loud and Clear", l'unico brano all'altezza del pedigree degli OMD, ovvero genuinamente godibile e coinvolgente.

Difficile dire se a provocare questa sbandata, da cui la band non si riprenderá mai del tutto, sia l'improvviso inaridirsi della vena creativa, o se la svolta "commerciale" davvero abbia avuto effetti nefasti oltre ogni previsione. Le atmosfere superficiali di "Junk Culture" non si addicono a Humphreys e McClusky, e lo stesso vale per l'abuso di sampler e per le batterie elettroniche, davvero noiose e ripetitive. Le linee di basso sono davvero poco ispirate, e anche la ricerca di nuovi suoni sintetici e le linee di tastiera, che dovrebbero essere il fiore all'occhiello della ditta, sono qui risibili. Degli O.M.D. rimangono quindi 3 album, grandi come grande é stato il loro successo, e un quarto album di sperimentazione spinta che fallirá gli obiettivi di vendite; dopo di essi, una distesa di opere minori, non sempre deludenti, ma a volte deludenti quanto "Junk Culture".

- Spartaco Ughi

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