Usciva quarant'anni fa oggi "Lament", settimo disco degli Ultravox. L'album superò le 100'000 copie vendute nel Regno Unito, ottenendo il disco d'oro e l'ottavo posto in classifica, anche grazie al singolo "Dancing with tears in my eyes".
(disco completo: https://tinyurl.com/ya7n5y3j)
Nel 1984 la seconda British Invasion, quel fenomeno per cui band albioniche si affermano commercialmente nelle classifiche d'oltreoceano, è in corso a pieno regime. Nella top 40 del Nuovo Mondo ci sono, tra gli altri, i Culture Club e le Bananrama, veterani riciclatisi come i Genesis e gli Yes, nuove hotness come i Duran Duran e gli Eurythmics. A mancare in questa lista sono peró molte delle band che hanno contribuito a gettare le fondamenta per il nuovo corso della musica britannica, tra synth pop e new romantic, come ad esempio gli Ultravox, nella loro seconda incarnazione. Con Midge Ure a voce e chitarre, Chriss Cross al basso, Warren Cann alla batteria e ovviamente Billy Currie a violino e tastiere (anche se in realtá un po' tutta la band lavora con le tastiere, specie durante i concerti), il quartetto anglo-scozzese ha segnato l'inizio dell'epopea del pop anni '80, contribuendo a dettarne gli stilemi e le direttrici, soprattutto grazie al loro esordio, "Vienna". Meno di un lustro dopo, i nostri non solo non si sono nemmeno avvicinati a quell'apice creativo, né a livello artistico, né tantomeno a livello di successo commerciale. Dopo aver lavorato con Sua AnniSessantezza George Martin nel precedente "Quartet" (un'esperienza che tutta la band descriverá come anticlimatica), Currie e compagnia decisono di autoprodursi la loro nuova fatica negli studi casalinghi messi insieme per l'occasione.
Il risultato é un onesto more-of-the-same, che accende di nuovo i riflettori sul songwriting melodrammatico e coinvolgente della band nei momenti migliori con brani come il singolo "Dancing with Tears in My Eyes" e l'opening "White China", e dall'altro esalta la qualitá dei musicisti, come con lo strumentale "Heart of the Country". D'altro canto rimangono, e anzi si acuiscono, i limiti creativi della band, che non sembra capace di uscire dai propri binari synth-rock e dalle atmosfere dense di pathos: "One Small Day" é ripetitiva e rigida, "Lament" é (senza voler fare giochi di parole) lagnosa; "Man of Two Worlds" é una minestra riscaldata da "Rage in Eden", e non bastano le discrete "When the Time Comes" e "A Friend I Call Desire" a risollevare i destini di un disco piú che discreto, ma lontano dall'eccezionalitá che gli Ultravox sembravano promettere a inizio decennio. Nel momento in cui molte delle band compatriote hanno un debito d'ispirazione evidente nei confronti degli Ultravox, questi sembrano essere superati, rimasti indietro in uno stile romantico-postmoderno che nulla ha a che spartire con la freschezza dei Duran Duran, lo stile ambiguo degli Eurythmics, o la ribellione al genere dei Culture Club, per tacere della lenta ascesa dei Depeche Mode. Purtroppo il potenziale di questa formazione resterá in larga parte inespresso, e non riuscirá piú a produrre musica di qualitá dopo quest'album. Degli Ultravox rimangono un disco eccellente e una manciata di buone canzoni, piú la trilogia di album con John Foxx alla voce, seminali e a loro modo rivoluzionari. A conti fatti, non é comunque poco.
- Spartaco Ughi
#ultravox:
#warrencann (batteria, percussioni elettriche & voce)
#chriscross (basso, sintetizzatori & voce)
#billycurrie (tastiere & violino)
#midgeure (chitarre & voce)
ospiti:
#maemckenna (voce)
#shirleyroden (voce)
#debidoss (voce)
quartetto d'archi:
#amandawoods
#jackywoods
#margaretroseberry
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