Usciva il 21 marzo di trent'anni fa "Talk", album in studio degli inglesi Yes, qui all'ultimo atto della formazione, insieme dal 1983, che comprendeva oltre ai veterani Jon Anderson (voce), Chris Squire (basso) e Alan White (batteria) il chitarrista sudafricano Trevor Rabin e il tastierista originale Tony Kaye. "Talk" è un disco di neo prog anni novanta che per molti è l'ultimo grande album del gruppo, anche a causa della suite "Endless Spring" e di "Walls", canzone scritta con l'ex-Supertramp Roger Hodgson.
(disco completo: https://tinyurl.com/24y9ntuy)
Le contorsioni genealogiche degli Yes, uno dei più importanti gruppi di progressive rock britannici della prima ora, sono estremamente complesse, come è normale che sia nell'arco di decenni e decenni di carriera. Nel marzo del 1992, con venticinque anni di attività e tredici album in studio alle spalle, gli Yes hanno appena completato il tour a otto elementi che ha seguito il discusso album "Union", potenzialmente valido ma rovinato da scelte della casa discografica che poi li ha mollati. Vengono così contattati dalla Victory Records, che chiede loro di realizzare un disco a sei elementi, dopo avere fatto fuori il batterista originale Bill Bruford e il chitarrista degli anni settanta Steve Howe.
Ritiratosi anche il tastierista degli anni settanta Rick Wakeman, resta solo il quintetto che già ha registrato l'ottimo "90125" e l'atroce "Big Generator", probabilmente il più brutto dei loro tredici album in studio: i membri originali Jon Anderson (voce), Chris Squire (basso) e Tony Kaye (tastiere), il batterista Alan White (nel gruppo dal 1972) e il chitarrista sudafricano Trevor Rabin (dal 1983). Normale avere un po' di apprensione vista la discutibile decisione di fare fuori i compagni, e vista la linea commerciale e decisamente poco ispirata di "Big Generator", sebbene "Union" avesse dato qualche motivo di speranza per il futuro.
Per cercare di realizzare il disco più omogeneo e coerente possibile, Anderson e Rabin si rinchiudono per due settimane in un motel in California, e mettono insieme buona parte delle canzoni del disco. Il risultato, completato dal lavoro compositivo di Chris Squire ("Real Love") e dagli arrangiamenti di Kaye e White, è per molti l'ultimo grande album del gruppo, sebbene la critica lo abbia fatto a pezzi - dopotutto, non è né un kolossal progressive nello stile degli anni settanta o dei loro logorroici imitatori degli anni novanta (che comunque non erano ancora apprezzati come lo sono stati molto anni dopo, vedi Porcupine Tree e Flower Kings), né un disco pop rock vendibile (ammesso che lo stile anni ottanta del gruppo avesse potuto vendere qualcosa nell'era del grunge e del brit pop).
"The Calling" è un pezzo piacione e ottimistico che contiene tutto quello che dovrebbe rendere memorabile un pezzo degli Yes: intro chitarristica, armonie corali, sezione ritmica possente e incisiva, melodia anni ottanta, incroci di tastiere, assoli di chitarra progressive e organo hammond; anche se il risultato forse appare un po' troppo studiato a tavolino. "I am waiting" è una ballata strappamutande che potrebbe stare bene in un coevo album di Eric Clapton; sta a voi decidere se si tratta di una critica o un complimento, o tutte e due. L'altra ballata, "Where will you be", appartiene al filone new age e world music di Jon Anderson, e assomiglia a certi lavori che il cantante inglese ha inciso con il tastierista greco Vangelis.
I pezzi più moderni e a la page del disco dovrebbero essere l'aggressiva ma un po' vacua "Real Love" e "State of Play", che alterna una discutibile strofa da pop contemporaneo (con una ritmica quasi dance della batteria di White e alcuni campionamenti vocali che lasciano perplessi) a un clamoroso, esaltante ritornello. La palma di canzone più classicamente bella va probabilmente a "Walls": inizialmente scritta da Trevor Rabin con Roger Hodgson, ex-cantante dei Supertramp, quando nel 1990 si era pensato di rimpiazzare con lui un Jon Anderson allontanatosi dalla band, contiene il ritornello più bello del disco, iterato più volte con variazione dopo variazione e armonia dopo armonia.
Magnum opus del disco è però, non a caso, la suite conclusiva, "Endless Dream": quindici minuti che per Rabin sono probabilmente il punto più alto di dodici anni di vita e di lavoro con gli Yes. Laddove le precedenti tracce avevano elementi prog e hard ma rimanevano ampiamente confinate nell'AOR e nel rock melodico da 'adult contemporary', sospese fra una certa superficialità e momenti illuminati e illuminanti, "Endless Dream" si può pienamente inserire nel neo prog anni novanta, per l'amplissima parte strumentale che la caratterizza, a partire dall'introduzione (pianoforte di Rabin doppiato poi dall'organo di Kaye, controtempi devastanti di White, taglienti riff chitarristici), ma contiene anche una delicata parte centrale cantata che richiama momenti simili della carriera degli Yes nei settanta ("Nous sommes de soleil", 1973; "Soon", 1974; "Turn of the century", 1976), sebbene la sezione struggente con la slide che imita lo stile di Howe appaia un po' telefonata.
Tutto considerato, "Talk" è un ottimo disco. Non un capolavoro, ma sicuramente una aggiunta di assoluto rispetto e merito per la discografia del complesso britannico, e un adeguato canto del cigno della formazione anni ottanta del gruppo.
Al termine del tour promozionale di "Talk", a inizio 1995, Kaye e Rabin se ne vanno, insoddisfatti per l'accoglienza del disco e convinti che questo capitolo della loro vita musicale sia giunto al termine. La confusione nel gruppo crescerà ancora di più: compresa l'impossibilità di resuscitare il successo commerciale degli ottanta, gli Yes si buttano sulla reunion della formazione classica degli anni settanta nella speranza di riabilitare le proprie credenziali presso i vecchi fan e i nuovi nostalgici del progressive rock.
- Prog Fox
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