Esce cinquant'anni fa oggi "Queen II", secondo album omonimo del quartetto rock inglese guidato dal cantante Freddie Mercury. Si tratta del loro primo capolavoro, quello dell'era più progressive e hard rock della loro carriera, qualcuno direbbe della loro era più creativa... Il singolo di successo è "Seven Seas of Rhye", anticipazione del loro stile hard di successo, ma le mega-suite sui due lati ("Procession/Father to Son/White Queen", "Ogre Battle/Fairy Feller's Masterstroke/Nevermore" e "March of the Black Queen/Funny how love is") ne sono la consacrazione. Entrata nella storia la foto di copertina a cura di Mick Rock.
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Dopo lo scarso successo del loro primo album, nell'agosto del 1973 i Queen ritornano in studio per dare seguito al primo album. La scelta del titolo è sempre ispirata ai loro eroi Led Zeppelin, e sarà semplicemente "Queen II".
Questa volta però Freddie Mercury (Farrokh Bulsara, piano & voce), Brian May (chitarre & voce), Roger Taylor (batteria & voce) e John Deacon (basso) arrivano molto più preparati all'appuntamento, sia in termini di consapevolezza di ciò che si può fare in uno studio di registrazione, di cui diverranno maestri (tutti conosciamo "Bohemian Rhapsody", 1975), sia in termini di scelte artistiche e commerciali.
Senza per questo volersi vendere alla moda o al pubblico, il gruppo, intersezione unica fra glam, progressive e hard rock britannico, decide infatti di affiancare alle proprie interminabili suite articolate in più parti un singolo esplosivo, che vada dritta al punto e che catturi la fantasia dell'ascoltatore, come una sorta di antipasto delle proprie qualità. La canzone è "Seven Seas of Rhye", un cui frammento chiudeva l'album precedente. Posta in chiusura di disco, per costringere chi ha sentito il singolo ad arrivare fino in fondo all'album prima di potersela risentire, la canzone, caratterizzata da un testo immaginifico tra il primo Marc Bolan e il primo Peter Gabriel, scoppiettante e istrionico pezzo di glam rock con assolo hard, vende 200'000 copie, arriva al numero 10 nelle classifiche britanniche e diventa il primo successo dei Queen.
Oltre a "Seven Seas of Rhye" troviamo poi due canzoni brevi, il rock senza fronzoli "Loser in the End", scritta e cantata da Taylor, e la ballata "Some day one day", scritta e cantata da May, caratterizzata da sognanti sovraincisioni di chitarre. Il fulcro del disco è però rappresentato da tre lunghe suite, una che occupa gran parte del lato A, mentre le altre due occupano gran parte del lato B.
Diviso il disco in un lato "bianco" e un lato "nero", i Queen decidono di dedicare due lunghe suite alle figure immaginarie della Regina Bianca e della Regina Nera, per continuare a giocare con il mondo fantastico che avevano già introdotto nel disco precedente ("My fairy king"), ispirato alla passione di Mercury per lo Shakespeare di "Sogno di una notte di mezza estate".
Sul lato bianco è la scrittura del chitarrista Brian May a dominare: "Procession" apre la suite bianca con un incedere solenne e marziale, prima di esplodere in una "Father to Son" che non ha niente a che vedere con quella di Cat Stevens, tutta cori esplosivi in multitraccia, percussività tonitruante e chitarre pompose e intersecate in un gioco di specchi da lasciare a bocca aperta. Il tutto sfuma senza soluzione di continuità nel primo capolavoro acustico di May, "White Queen", sofferta ballata che conclude dodici minuti di epos pastoral-sinfonico degno dei Genesis e dei loro epigoni progressive.
Sulla seconda facciata domina invece l'inventiva di Mercury, che firma i due blocchi che costituiscono le suite dedicate al lato oscuro, rispettivamente di otto e nove minuti di durata, ovvero "Ogre Battle/The Fairy Feller's Masterstroke/Nevermore" e "The March of the Black Queen/Funny how love is", grandi affreschi in musica di personaggi fantastici, dipinti vividamente da un fantasioso incrocio di liriche e musica strabordante. Incontriamo così i mostruosi orchi che si affrontano in "Ogre Battle", descritti dall'ossessivo martellare della batteria e dai riff imperiosi di basso e chitarra; la corte delle fate di "The Fairy Feller's Masterstroke", che attende il colpo del mastro tagliaboschi mentre il clavicembalo, il pianoforte e il basso elettrico si rincorrono follemente tra gli alberi della foresta, e le voci delle creature fatate riecheggiano da un lato all'altro grazie alla stereofonia; e la crudele, ambigua e affascinante Regina Nera, alter ego del gruppo e del suo frontman Mercury, in "March of the Black Queen", il pezzo più progressive del disco, sospeso fra continue variazioni di umore, atmosfera e ritmica. Ognuna delle due suite ha una coda, ovvero "Nevermore", classicheggiante, dolcissimo lied pianistico, e "Funny how love is", strepitoso wall-of-sound alla Phil Spector costruito quasi esclusivamente da onde su onde di cori che si abbattono sul cadenzare ritmico del pezzo.
"Queen II" è giustamente considerato uno dei capolavori del gruppo, assieme a "A Night at the Opera" (1975) e "Innuendo" (1991). Secondo Brian May stesso si tratta del disco in cui hanno progredito di più in assoluto nel corso della loro carriera, ed è difficile dargli torto. La fusione di progressive, glam e hard che maturano in "Queen II" sarà ulteriormente raffinata in "A Night at the Opera", ancora più complesso e stratificato, attraverso la stazione intermedia di "Sheer Heart Attack" (ottobre 1974), ma l'estro, l'esuberanza e l'entusiasmo esilarante di "Queen II" rimane irraggiungibile. Per chi saprà calarsi nell'escapismo giovanile dei Queen, senza chiedere un significato esistenziale o drammi spirituali a quattro ragazzi tra i 22 e i 27 anni che non sono e non saranno mai gli Yes o i Pink Floyd, l'esperienza sarà altamente soddisfacente.
- Prog Fox
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