Usciva trent'anni fa oggi "The Downward Spiral", secondo album dei Nine Inch Nails. Universalmente considerato il capolavoro di Trent Raznor, è un concept album di rock sperimentale e industriale (ispirato a opere come "The Wall" dei Pink Floyd e "Low" di David Bowie) che racconta la parabola autodistruttiva di un nichilista. Con il leader, cantante e chitarrista Trent Reznor e il batterista Chris Vrenna troviamo il chitarrista Adrian Belew (ex-Zappa, ex-Bowie, collaboratore dei Talking Heads e all'epoca membro dei King Crimson), il produttore inglese Flood e il batterista dei Jane's Addiction Stephen Perkins.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/393swxct)
Se è nichilismo ciò che cercate nel vostro rock and roll, l'imbarazzo della scelta è forse il vostro piú grande problema. Fin dai tardi '60, con la rivoluzione silenziosa dei Velvet Underground e i postumi della sbronza hippie di Hawkwind e simili, la cupio dissolvi è uno dei temi piú presenti nei solchi della musica elettrica per eccellenza, dalle disturbanti peripezie dello Smilzo Duca Bianco al Pink protagonista di "The Wall", passando per letteralmente tutto il punk e il 75% del post-punk, fino allo shoegaze e al noise rock e, ovviamente, al grunge e a certo britpop. "The Downward Spiral" dei Nine Inch Nails, uscito 30 anni fa, si posiziona comodamente nel solco di questa tradizione tematica.
Trent Reznor (che sta al marchio NIN pressapoco come Prince Roger Nelson sta a quello di Prince) ha rilasciato nell'89 l'esordio "Pretty Hate Machine", tardo synthpop distorto e corrotto da bad vibes adiacenti al rave e, soprattutto, alla musica industriale di Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire e compagnia martellante; a quel disco, splendido e acerbo, hanno fatto seguito due EP che fungono soprattutto da banco di prova per il songwriting e, soprattuto, il sound engineering di Reznor, che poi si separa dalla sua vecchia etichetta e ne fonda una sua, appropriatamente chiamata "Nothing". Procede poi a comprare la villa in cui Sharon Tate fu stata uccisa dalla famiglia Manson e vi si trasferisce, assieme ad apparecchiature di registrazione degne di uno studio professionale, in un periodo della sua vita giá complicato da depressione e abusi di varie sostanze. Lavorando da solo per buona parte del tempo, editando e manipolando le proprie sessioni di improv, Reznor produce un concept album tangente l'autobiografia, la storia di un uomo che si avvia su un sentiero di autodistruzione che lo porta a "uccidere Dio" e poi se stesso.
"The Downward Spiral" è universalmente riconosciuto come uno dei dischi fondamentantali degli anni '90, e con pieno merito. Il tardo-synthpop dell'esordio è qui ulteriormente corrotto, con le manipolazioni del suono operate da Reznor che distorcono le tastiere e donano alle chitarre un colore alienato e velenoso; se l'influenza dei Depeche Mode è udibile chiaramente nei sintetizzatori arpeggiati ("Closer" e "Heresy", per dirne due), molto piú spazio prendono da un lato i momenti di rock piú spinto, come "March of the Pigs" e "Reptile", e dall'altro momenti in cui all'aggressione fisica si sostituisce quella psicologica, come nel lento "Piggy" e nella title track. C'è spazio per una citazione diretta del Bowie di "Scary Monsters" con "The Warm Place", praticamente una cover della bonus track "Crystal Japan". C'è spazio, soprattutto, per una delle canzoni piú iconiche della storia del rock, "Hurt", che chiude il disco con una dissolvenza al nero intrisa di rumori e disturbi sonori, a rappresentare l'autodistruzione finale del protagonista.
Non ha molto senso discutere ulteriormente le singole canzoni che compongono "The Downward Spiral": da un lato, perché soltanto ascoltato nella sua interezza l'album restituisce davvero tutto il proprio impatto, per certi versi rivoluzionario (almeno a livello mainstream) nella sua violenza acuminata; dall'altro lato, a dire il vero, le canzoni sono tutte semplicemente fantastiche, e tanto vi basti. Reznor registra praticamente tutti gli strumenti (eccetto per alcuni sintetizzatori e batterie, e per un'ospitata di Adrian Belew alle chitarre in un paio di brani) e poi si affida alla produzione di Flood e di una mezza dozzina di ingegneri del suono per impastare il prodotto di sessioni di registrazione e lavorazione del suono tramite Pro Tools, rendendo "The Downward Spiral" un disco pionieristico anche da questo punto di vista.
L'unico asterisco, per "The Downward Spiral", è che potrebbe non essere un disco per tutti. Tra tematiche al limite dell'istigazione alla violenza e un tono generale estremamente oscuro e disturbante, richiede all'ascoltatore un impegno che non è solo attenzione ma anche, in un certo senso, resistenza. Ne vale la pena, se non altro perchè un disco così estremo, controverso e scevro da qualsiasi tipo di ironia è impossibile da immaginare nel mainstream di questi tempi. Capolavoro certificato.
- Spartaco Ughi
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