Esce quarant'anni fa oggi "Fugazi", secondo album in studio dei prog rocker britannici Marillion, gruppo di punta del neo prog anni ottanta. Il disco viene completato con notevole ritardo, a causa del continuo cambio di batteristi: dopo avere litigato con il fondatore Mick Pointer, che viene cacciato dal gruppo e fonderà gli Arena, altro quotato gruppo neo prog anni novanta, si trovano in disaccordo anche con Jonathan Mover (quotato ex-batterista di Steve Hackett dei Genesis) e infine si accordano con Ian Mosley, batterista della vecchia generazione prog anni settanta con i Darryl Way's Wolf. "Fugazi" è un disco in chiaroscuro, con luci e ombre, ma un chiaro passo verso la piena maturità compositiva.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/3t623s2z)
Al terzo batterista in un anno, i Marillion entrano in studio con l'americano Jonathan Mover, brevemente alunno del Berklee College of Music, che partecipa alla scrittura del brano "Punch & Judy" e poco dopo viene licenziato. Apparentemente il problema comune è trovare qualcuno che vada d'accordo con Fish, ingombrante leader, cantante e autore delle liriche dei Marillion, sebbene Fish stesso ovviamente neghi la cosa, dicendo che Mover semplicemente non si amalgamava bene col gruppo. La soluzione arriva però nella figura di Ian Mosley, veterano classe 1953 del progressive rock britannico che ha già suonato con i Darryl Way's Wolf e con Steve Hackett, e quindi è considerato un elemento ideale da un gruppo così devoto alla leggenda dei Genesis.
Trovata la formula magica che reggerà fino al 1988, i Marillion incidono il loro secondo album "Fugazi", titolo la cui spiegazione ("Fucked Up, Got Ambushed, Zipped In a body bag") viene censurata da Wikipedia inglese (anche se si trova nella spiegazione del nome della band americana Fugazi) ma che si riferisce a un termine all'epoca ben noto, perché risalente alla guerra in Vietnam, oggetto in quel periodo di un profondo ripensamento anche culturale (si pensi ai film "Taxi Driver" del 1976, "Il cacciatore" e "Apocalypse now", entrambi del 1979, a "Rambo" del 1982, a "Platoon" del 1986, a "Full Metal Jacket" e "Good Morning Vietnam" del 1987, e ai numerosi riferimenti anche in telefilm come A-Team, Magnum P.I. e Miami Vice).
Fatto questo breve excursus, ovviamente i fugazi dei Marillion non sono veterani del Vietnam ma semplicemente persone fottute dalla vita, e infatti come il ragazzo in overdose e cuffiette della copertina i personaggi delle interminabili liriche di Fish sono sconfitti, perdenti di vario tipo. Ora, che Fish padroneggi la lingua inglese è scontato, ma tre quarti d'ora di testi del genere, che inondano ogni singolo minuto di musica del disco, lasciando solo brevi attimi di respiro agli strumenti, non sono la ricetta per il miglior progressive rock possibile. Possono esserlo: "Pawn Hearts" dei Van der Graaf Generator e "Thick as a Brick" dei Jethro Tull lo erano. Ma "A Passion Play" dei Jethro Tull stessi, e "Fugazi" dei Marillion, non lo sono.
Ora, "Fugazi" non è assolutamente un brutto disco: è fatto di luci e ombre, di chiaroscuri, con un suono estremamente tagliente e brillante al servizio di testi cupi e musiche aggressive e spigolose. Ma ancora la qualità delle melodie non è sufficientemente buona a servire le liriche, e le liriche allo stesso tempo occupano troppo spazio di ogni canzone. Nel disco successivo, "Misplaced Childhood", l'equilibrio sarà molto migliore, forse favorito dalla costruzione di un concept album, formato che con tutta evidenza si presta molto meglio alla visione di Fish delle singole canzoni.
Il disco resta comunque un buon lavoro di un gruppo giovane e in crescita. Le due canzoni di apertura, "Assassing" e "Punch & Judy", aggressive, ritmate, serrate, condotte dallo splendido dinamismo percussivo di Ian Mosley, sono i due pezzi migliori del lotto; ma quando la velocità diminuisce e la musica viene spalmata e strascicata lungo terreni più lunghi, subito la tensione cala e l'ascoltatore si distrae, come nelle successive "Jigsaw" ed "Emerald Lies".
Meglio fa "She Chameleon", in cui per una volta Fish lascia spazio alla chitarra e alle tastiere pinkfloydiane di Steve Rothery e Mark Kelly (che sembra quasi citare "Pigs", da "Animals, 1977), anche se i sette minuti di lunghezza del pezzo sembrano eccessivi.
Concludono il disco due brani di oltre otto minuti di lunghezza, "Incubus" e "Fugazi". "Incubus" è un ritmato tempo medio la cui ottima strofa, minacciosa e inquietante, viene appesantita inutilmente dai verbosi interludi di Fish. Difficile non immaginarla migliorata dall'eliminazione di questi interludi, lasciando solo la strofa, il caldo assolo di Rothery e il finale. "Fugazi" è una logorrea di livello mediocre che trova il suo slancio solo nel finale, che avrebbe meritato un ruolo molto più centrale nella canzone. Insomma, un paio di pezzi su cui si doveva lavorare decisamente meglio.
Più personale rispetto a "Script for a Jester's Tear", nel bene e nel male dominato dalla figura di Fish, "Fugazi" è un tassello importante nella ricerca di maturità del gruppo; ma per l'ascoltatore occasionale, che non sia fan del neo prog o dei Marillion prima maniera, il consiglio è sempre di cominciare dal loro successivo disco, il capolavoro assoluto "Misplaced Childhood".
- Prog Fox
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