Chiunque ancora pensi che il synth-pop non sia una musica meritevole e che gli anni '80 non abbiano prodotto del pop elettronico degno dei grandi classici del rock dovrebbe davvero redimersi tramite l'ascolto di questo 'classico nero'.
Dopo "Scatology", John Balance e Peter Christopherson imbarcano a tempo pieno Stephen Thrower nei Coil e pubblicano "Horse Rotorvator", il loro secondo album e forse capolavoro assoluto.
L'interno di copertina ci spiega che la "fresatrice equina" verrà realizzata alla fine del tempo dai quattro cavalieri dell'Apocalisse dalle mascelle dei loro cavalli sgozzati, per aprire una nuova era di terrore sul pianeta. I riferimenti esoterici abbondano nella produzione della band (non a caso Balance e Christopherson provenivano dagli Psychic TV di Genesis P-Orridge) e questo LP non fa eccezione.
L'album si apre con due classici oscuri, "The Anal Staircase" (che celebra l'omoerotismo esoterico di Balance e Christopherson, coppia anche nella vita), e soprattutto "Slur", con il falsetto dell'amico Marc Almond (Soft Cell) ad accompagnare il declamare sprezzante di Balance.
"Ostia (The Death of Pasolini)" racconta in toni compiaciuti la morte del grande intellettuale italiano (nelle note di copertina si trova persino menzionato Pino Pelosi fra i ringraziamenti): il disco, come gran parte della produzione derivata dagli eredi dei Throbbing Gristle (la band elettronica degli anni '70 da cui proveniva Christopherson), tenta la carta dello scandalo, talvolta fine a se stesso; ma il brano rimane di una forza eccezionale anche grazie ai preziosi violini di Billy McGee. "Penetralia" è un ottimo strumentale condotto dal clarino dissonante di Thrower.
Il successivo classico è "Circles of Mania", con una inquietante performance vocale di Balance e il contributo di un altro sperimentatore radicale, James Thirwell dei Foetus, che arrangia i fiati; così come eccellente è la cover di Leonard Cohen "Who by wire", in cui ancora una volta Marc Almond duetta con Balance.
Il disco si chiude con quello che forse è il migliore pezzo dell'album, "The first five minutes after death", uno strumentale solenne e deprimente in cui dominano le tastiere sublimi di Christopherson, che vuole ricordare a tutti che le atmosfere gotiche della band sono essenzialmente merito suo.
Il trio concepisce uno dei più deliberatamente sconvolgenti dischi di synth-pop del decennio. Le atmosfere dark sono però filtrate attraverso un deliberato, calcolato, freddo intellettualismo. La perversione morbosa che traspare non ha niente di veramente oscuro o depresso: non siamo in presenza dell'esistenzialismo di Depeche Mode o Cure, ma davanti a fini, annoiati intellettuali che giocano a fare i satanisti e i perversi, in parte per scioccare in pubblico e in parte per il proprio personale autocompiacimento. E per quanto scoperto, tra strizzatine d'occhio orrorifiche e i sorrisi sarcastici del maestro di cerimonie Balance, il gioco funziona alla perfezione.
- Spartaco Ughi
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