lunedì 31 ottobre 2016

Patti Smith Group: "Radio Ethiopia" (1976)



(Andate qui per ascoltare tutto l'album: https://www.youtube.com/watch?v=uOz5CdE7mg8)
Non giriamoci intorno: quando esce "Radio Ethiopia", la critica musicale sta già rompendo le palle alla 'poetessa del punk'. Il punk non è praticamente neanche nato, ancora non ha un nome, che alla Smith e alla sua band non risparmiano critiche per il suo secondo album, considerato da alcuni una commercializzazione, un vendersi, e da altri un disco inutilmente autoindulgente e autocompiaciuto. Ma come sono possibili giudizi così diversi?

Intanto è importantissimo ricordare che questo è ancora un disco del Patti Smith Group. La Smith compone tutte le tracce con i suoi colleghi - fatta eccezione per "Distant fingers", la cui musica è di Allen Lanier, suo compagno on-and-off per parecchi anni, e chitarrista/tastierista dei Blue Oyster Cult. Il bassista Ivan Kral, in particolare, scrive alcune delle musiche migliori dell'album, mentre il chitarrista Lenny Kaye contribuisce con il suono brutale della sua chitarra, pompato al massimo dal produttore Jack Douglas, che lotta per contendersi la primazia nella band contro la voce allucinata della Smith.

Fatta questa precisazione, torniamo alla dualità intrinseca dell'album, quella stessa dualità che probabilmente ne ha decretato il relativo insuccesso. Certo, a molti anni di distanza Patti Smith è una divinità del punk e i suoi meriti sono incensati da generazioni di critici compiacenti e di giovani musicisti che probabilmente non hanno mai sentito un suo album; ma in effetti questo disco è *davvero* diviso in due: da un lato infatti ci sono le canzoni brevi, più punk e più orecchiabili, sebbene non abbiano davvero gran che di commerciale, dall'altro le lunghe declamazioni all'insegna del sabba sperimentale.

Sono le prime però il punto forte dell'album. "Ask the angels" (https://www.youtube.com/watch?v=xAyY1tTbY_E), che lo apre, è un mid-tempo aggressivo e disturbante con Kaye protagonista alla sua acida, drogatissima sei corde, che trasforma l'iniziale orecchiabilità in un delirio psicotico; "Ain't it strange" (https://www.youtube.com/watch?v=MNYiBUdY_kc) è una torbida jam garage blues di primaria grandezza, capace di evolversi sinuosamente in modo assolutamente inaspettato; "Pissing in a river" (https://www.youtube.com/watch?v=XhDJZm_HyXY) è un'altra canzone straordinaria, che inizia come una dolente ballata pianistica (quante volte l'avrà sentito Nick Cave questo pezzo? almeno sei o settemila), che poi diventa una invocazione disperata e spettrale, le cui tenebre sono illuminate solo dall'abbagliante solo di Kaye; la "Distant fingers" (https://www.youtube.com/watch?v=nzsKpIaeH3Q) scritta con Lanier, un pop rock struggente, sfaccettato e multiforme, completa un quartetto di brani consegnati alla storia del rock.

A questi pezzi si contrappongono le due jam "Poppies" e "Radio Ethiopia/Abissinia" - sette e dodici minuti rispettivamente, ovvero l'altra metà dell'album - composizioni in cui la band prova senza grande successo a replicare le jam orgiastiche del primo disco, spostandosi nella direzione dei Velvet Underground o delle contorsioni intellettuali del Kevin Ayers più sperimentale. Per quanto non del tutto da buttare, questi due brani sono decisamente *troppo* per essere spalmati senza freni in un solo lp, e purtroppo contribuiscono giustamente alla sua fama di pretenziosità.

Il dualismo inoltre finisce per scontentare tutti, sia chi vorrebbe inebriarsi più in profondità nelle jam intellettuali del Patti Smith Group, sia chi vorrebbe al contrario ubriacarsi di punk esplosivo e irriverente.

Pur con le succitate riserve, "Radio Ethiopia" è un disco indispensabile per la comprensione della nascita del punk. Le idee del Patti Smith Group espresse in questo album e nell'esordio di "Horses" consegneranno la Smith all'immortalità, e gli echi di quelle idee continuano a far fiorire semi che magari neanche sanno da quale pianta sono caduti.

- Red & Prog Fox

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