mercoledì 31 agosto 2016

Doors: "the Doors" (1966)

Viene inciso nell'agosto del 1966 l'album d'esordio omonimo degli americani Doors, uno dei massimi gruppi dell'era psichedelica, guidato dal frontman Jim Morrison, coadiuvato dall'organo di Ray Manzarek, dalle chitarre di Robbie Krieger e dalla batteria di John Densmore. "Light my fire" e "The End" entrano nella storia del rock, ma tutto il disco è di livello altissimo.



(il disco si può ascoltare qui "the Doors")

Senza dubbio un incipit drammatico, non c’é che dire, ma provateci voi a farvi 8 ore di pullman in gita scolastica distraendo voi stessi dalla nausea, mentre i vostri compagni di scuola si dedicano ad atti di terrorismo. Chiedetevi da dove arrivi uno dei più grandi attacchi musicali di sempre. Ora, alzatevi e barcollate fino al conducente per chiedergli cos’è questa melodia che ha messo su e sentitevi pure rispondere: “...è il primo dei Doors.” Prendetevi pure 15 secondi per incassare la risposta assieme alla meraviglia.
Poi date pure libero sfogo a voi stesse vomitando un po’ ovunque sulla moquette.

Non si é più gli stessi dopo aver sentito l’album “The Doors” che, nel lontano 1967, ha scagliato per sempre la band nel firmamento del rock. Nato dall’incontro sulla spiaggia di Venice Beach fra Jim Morrison - indisciplinato studente dell’UCLA e, come amava definirsi, poeta - e l’abilissimo tastierista e vero mostro musicale Ray Manzarek (a cui poi si aggiungono il chitarrista Robby Krieger, unico nel suo stile per la sua affezione al flamenco e alle sonorità spagnoleggianti, e il batterista jazz John Densmore), il gruppo è il frutto di un fortuito mash-up in cui si mescolano abilità tecnica e una grande voglia di sperimentazione.
A completare il quadro, l’incalcolabile e innegabile carisma sessuale di Morrison che, con la sua presenza scenica e con i suoi testi eversivi molto legati al mondo onirico e pieno di concetti freudiani, ha portato il gruppo ad essere una delle guide di maggior riferimento per la controcultura americana di quegli anni.

La leggenda vuole che, firmato il contratto con l’Elektra Records, il 24 agosto del 1966 la band entri in sala di registrazione e dopo soli 6 giorni sforni il suo straordinario disco di debutto in cui riecheggia un sound completamente dedito alla psichedelia più pura, ma con moltissimi rimandi anche al jazz e al blues.

Il disco viene anticipato dal singolo “Break on Through (To the other side)” che si manifesta subito come un assoluto concentrato di elementi fortemente diversi fra loro ma molto ben mixati: la batteria in 4/4, l’organo volutamente “fuori posto” e il basso che segue il ritmo della salsa. A chiudere il cerchio, un testo che sembra una canzone d’amore per una donna ma, se un minimo si conosce il background culturale di Morrison, è facilmente intuibile il rimando alla poetica di Aldous Huxley e alle sue ‘Porte della percezione’.

Il resto é storia: “Light my Fire”, il singolo successivo scritto a quattro mani da Krieger e Morrison e della durata di 7 minuti, rimane senza dubbio, a distanza di decenni, una delle più brillanti espressioni del rock psichedelico, trattato con sperimentazione jazz, e con un testo al limite della censura (per l’epoca).

Molte le chicche di questo disco: “Soul Kitchen” (la mia preferita) cosí squisitamente funk, sfacciata e sexy nei testi: “Lasciami dormire stanotte,nella tua cucina dell’anima/scalda la mia mente accanto alla tua mite stufa”. Estremamente interessante la satira sulla condizione femminile riscontrabile nei testi di “Twenty Century Fox” dove il mondo femminile si divide in bellone da cinema hollywoodiano e impudenti femministe compulsive. “Back Door Man” resta semplicemente come una delle più avvincenti interpretazioni blues degli anni ‘60, con gli accattivanti ululati di Morrison, mentre la cover di “Alabama Song”, scritta da Bertold Brecht e musicata da Kurt Weill, ha quel sound cadenzato e retrò che risulta sinistro e inquietante.

Infine non si può non parlare di lei.
“The End” rimane senza dubbio il manifesto 'politico' dei Doors, la canzone dove Morrison dà libero sfogo ai suoi deliri onirici : “cavalca il serpente”, rasségnati ormai all’apocalisse: (“La fine di tutto ciò che esiste/la fine/nessuna salvezza o sorpresa") e con l’ormai epico richiamo al complesso edipico non risolto: (“Padre?/Si figlio?/Voglio ucciderti/Madre,voglio fotterti”).

Ci sono pochissime altre cose da dire riguardo questo album, se non che è necessario averlo ascoltato almeno una volta nella vita per capire davvero cos’è il rock, o almeno per provarci.

Ma meno che mai si ha bisogno di altri stupidi chiarimenti riguardanti questa formidabile band e soprattutto riguardo Jim Morrison, artista eclettico capace di mettere sul palco l’abile istrione che era, ma pure la fragilità d’un ragazzo intelligente e ‘troppo’ sensibile che è riuscito a trovare la sua pace solo 6 anni più tardi, in una vasca da bagno parigina; senza più fatica e fuori finalmente dal palcoscenico.

- Valentina Morgendorffer

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