giovedì 2 giugno 2016

Queen: "A Kind of Magic" (1986)

La critica non li ha mai sopportati: d'altronde era il destino di tutti coloro che vennero fuori dall'era del progressive rock, delle contaminazioni con la classica e di quella che era considerata pretenziosità, da Keith Emerson a Ian Anderson dei Jethro Tull. Freddie Mercury e soci però fecero pure di peggio: ebbero un successo pazzesco con "Bohemian Rhaspody" e abbandonarono le tendenze progressive in favore di un rock più muscolare e commerciale prima, e poi di vero e proprio pop con varianti funk e disco. Difficili da classificare, con un frontman sfacciato e allo stesso tempo umile che dichiarava che la propria musica non valeva nulla, era come un pacchetto di fazzoletti da usare e buttare via, mentre scriveva classici su classici del rock. Nel 1985 i Queen si presero Wembley e il LIve Aid con 20 minuti che sono stati considerati fra i momenti iconici della storia dei concerti rock, e Mercury era esaltato al punto da richiamare tutti i colleghi per mettersi a lavorare a un nuovo album. Allo stesso tempo, la band fu contattata dal videomaker Russel Mulcahy, famoso per i suoi video di Duran Duran e Police, pronto a fare il suo debutto al cinema con il fantasy-action "Highlander", per preparare una colonna sonora adeguata. L'unione di questi due eventi generò il disco più significativo dei Queen degli anni '80, che contribuì in maniera determinante al successo cult della pellicola. "A kind of magic" è semplicemente uno dei dischi cardine del pop rock anni '80, e mette a frutto tutte le capacità compositive del gruppo, che spazia in ogni direzione, dall'hard rock di "Gimme the prize" e di "Princes of the Universe" al pop sofisticato di "Pain is so close to pleasure".

"One vision" apre il disco con il consueto atteggiamento alla fratelli Marx che tanto irritava la critica: una canzone a tema 'sociale' apparentemente fatta a pezzi dal rifiuto di Mercury di essere serio - ma l'invito a darsi al "fried chicken" o a farsi il bassista John Deacon è la risposta sarcastica a un mondo in cui il sogno era pura illusione ("a cold wind blows and a dark rain falls and in my heart it shows").

"A kind of magic" (https://www.youtube.com/watch?v=0p_1QSUsbsM), scritta dal batterista Taylor, è semplicemente pop purissimo al suo meglio, con gli interventi magistrali della chitarra di Brian May a supportare il canto incredibile di Mercury. "One year of love" (https://www.youtube.com/watch?v=Cgib8QoBKHE) è un'altra prova pazzesca del cantante sul tappeto musicale composto dal bassista Deacon, che arrangia anche il sax dell'ospite Steve Gregory, per un pezzo sentimentale ma per nulla sdolcinato.

La cifra del dolore emotivo riempie anche la successiva "Pain is so close to pleasure", composta dal duo Deacon/Mercury, un ostinato soul pop col basso fluido di Deacon e il falsetto di Freddie in magnifica evidenza, e un altro tocco di chitarra magistrale di May.

Qui, come in molti altri punti del disco, traspare tutto l'esistenzialismo del 'pagliaccio triste' Mercury, non a caso esposto su un brano musicale apparentemente ottimistico e completamente frainteso dalla critica che lo credeva superficiale e vuoto come amava dipingersi in pubblico: "where are the answers we're all searching fo? [...] if you're feeling happy someone else is always sad, [...] so let's make the best of the rest of our years" (parole tristemente profetiche).

Può essere il momento giusto della recensione per far notare come i Queen siano molto più di una backing band di Mercury: oltre a sfoggiare la magistrale presenza di un guitar god dei settanta come May, tutti e quattro i musicisti collaborano proficuamente alla stesura dei brani, in misura davvero rara e inusuale per band di questo livello.

"Friends will be friends", bellissima ballata sul valore dell'amicizia, sembra quasi un brano minore, a chiudere il lato A prima dell'apertura con quello che è diventato un classico dei Queen e uno dei brani più famosi del film: "Who wants to live forever", composto da May e nonostante ciò uno dei simboli dell'amico Mercury, anche in questo caso profetico ed emblematico se si pensa che di lì a cinque anni il cantante di origine indo-persiana sarebbe morto di AIDS.

"Gimme the prize" ci lancia sul versante hard rock con una prova strappa-corde vocali di Mercury mentre May scatena power chords a pioggia. "Don't lose your head", con Joan Armatrading alla voce femminile, è poco più di un divertissement disco pop che introduce la traccia finale, la mini-suite "Princes of the Universe" (https://www.youtube.com/watch?v=VEJ8lpCQbyw). Qui non ci sono riflessioni esistenzialiste o sarcasmo sociale, ma solo un ritorno all'escapismo che dominava le mini-suite dei Queen dei primi settanta, con Mercury che riassume la sconclusionata e affascinante trama del film in poco meno di 4 minuti in cui dominano riff fracassoni, stop-and-go e i cori epici che hanno fatto la fortuna della band. Ci sono più cambi di tempo in questo pezzo che nelle intere carriere di altre band; e questo la dice lunga su cosa siano stati i Queen.

- Prog Fox

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