sabato 3 ottobre 2026

Yngwie Malmsteen: "Trilogy" (1986)

Nell'ottobre 1986, il chitarrista svedese Yngwie Malmsteen pubblica il suo terzo album solista, "Trilogy". Confermando i conterranei Jens e Anders Johannson rispettivamente a tastiere e batteria, l'eccentrico guitar hero si occupa anche di suonare il basso, mentre alla voce Jeff Scott Soto è sostituito dall'americano Mark Boals, possente discepolo di Ronnie James Dio. Il disco ha buoni risultati di pubblico: #44 in America, #18 in Svezia, #7 in Finlandia.



(disco completo qui: "Trilogy")

Perso il cantante Jeff Scott Soto, il chitarrista metal svedese Yngwie Malmsteen giunge al suo terzo album solista, "Trilogy", confermando i conterranei Jens e Anders Johannson rispettivamente a tastiere e batteria, mentre sostituisce alla voce Soto con l'americano Mark Boals, possente discepolo di Ronnie James Dio. La collaborazione dura poco, perché dopo l'incisione dell'album Soto ritorna da Malmsteen per il tour promozionale del disco. Poco dopo, però, Soto abbandona ancora una volta il chitarrista svedese per il più che bizzarro proggetto Kryst the Conqueror (una parentesi in una recensione su Malmsteen non basterebbe per parlarne), per poi fondare i Talisman nel 1989. Il povero Boals tenterà una carriera cinematografica prima di essere richiamato da Malmsteen dieci anni dopo.

Il disco è una perla di metal anni '80, con canzoni che si reggono perfettamente in piedi senza bisogno degli assoli furenti di Malmsteen: l'opener "You don't remember, I'll never forget" è un brano heavy metal a tema romantico caratterizzato da una struggente interpretazione di Boals; "Queen is in love" una power ballad torcibudella al punto giusto; "Fury" una cavalcata di heavy metal classico e neoclassico (ci si perdoni il gioco di parole); "Magic Mirror" un pezzone di rock anni '80 in cui il protagonista assoluto è Boals; "Dark Ages" è un lento condotto da un'ottima figura di basso elettrico, supportata da una tastiera in stile Genesis seconda maniera da parte di Jens Johansson; "Fire" avrebbe potuto essere un pezzo da classifica dei conterranei Europe..

Non che gli assoli di Malmsteen manchino: sono pazzeschi e creativi come ci ha abituato, determinati a coniugare il percorso neoclassico di Ritchie Blackmore con lo shredding estremo coniato da Van Halen, si pensi alla già citata "Magic Mirror" in cui Yngwie duetta con se stesso con esiti stupefacenti, ma non c'è punto del disco in cui la sua tecnica chitarristica fatichi ad ammaliare l'ascoltatore.

Con la ballata per chitarra acustica ed elettrica di "Crying", o con lo strumentale che chiude l'album, "Trilogy Suite Op.5" (sette minuti di superomismo chitarristico di quelli da far morire di invidia Richard Benson e resuscitare dalla tomba Paganini, comprendenti doppio duello chitarra-tastiera con Jens J. e interludio di chitarra acustica), Yngwie lancia il guanto di sfida agli altri eroi della sei corde del suo tempo, reclamando per il momento per sé il trono - insensato che sia fare classifiche, ma ogni tanto è pure divertente - di miglior chitarrista al mondo, e tracciando un profilo musicale che - assieme alle coeve visioni degli Helloween - influenzerà in modo decisivo l'intero genere del power metal e dell'epic metal anni '90, dagli Stratovarius agli Edguy, dai Blind Guardian ai Royal Hunt.

- Prog Fox

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