martedì 29 settembre 2026

Iggy Pop: "Blah Blah Blah" (1986)

Quarant'anni fa oggi usciva "Blah Blah Blah", settimo album di Iggy Pop ed ennesima collaborazione con l'amico e 'doppio' David Bowie. Apparso dopo quattro anni di inattività, il disco è il maggiore successo commerciale della sua carriera (la posizione #75 in America, 50'000 copie vendute in Canada, e il #10 nel Regno Unito del singolo "Real Wild Child", una cover del rocker australiano anni cinquanta Johnny O'Keefe, testimoniano di quanto sia 'di culto' e non 'mainstream' questo artista).



(disco completo qui: "Blah Blah Blah"

Quando si pensa a Iggy Pop, la leggendaria Iguana del rock, l’ovvia associazione che tutti noi facciamo è quella dell’eroe proto-punk, autodistruttivo compagno di abusi di David Bowie nonché frontman degli Stooges. Un maledetto, insomma.

"Blah Blah Blah", il suo disco dell’86 nonché maggiore successo commerciale della sua carriera, è invece un disco totalmente in stile pop anni ’80. Certo, ci sono le chitarre taglienti, i momenti votati alla psichedelia e una certa verve iconoclasta, ma senza dubbio è la patina synth-pop che caratterizza maggiormente quest’album. Complice la produzione di David Bowie (che già contribuì alla produzione del capolavoro "The Idiot", primo solista di Iggy e degno compare dei dischi della Trilogia Berlinese), il sound dell’Iguana si addolcisce. Tra sintetizzatori a tratti persino troppo presenti, archi sintetici e suoni riverberati, è davvero difficile distinguere il sound di "Blah Blah" da tanti suoi dischi coevi, ed è difficile, oggi, non ritenerlo “datato”. A partire dall’apertura “Real Wild Child”, rockabilly sintetico in pieno zeitgeist ‘80s, fino alla conclusiva “Little Miss Emperor”, non c’è un istante in cui il decennio di appartenenza non emerga con prepotenza.

Un suono talmente fuori tempo da diventare,oggi, ultramoderno: sentitevi i primi venti secondi dell’intro di “Fire Girl”, e ditemi se non è esattamente questo lo spirito della nostalgia Vaporwave. Lo stesso discorso si può fare per i piano-synth della ballatona “Shades”, o degli archi di “Cry for Love”.

C’è di più, però, oltre all’interesse quasi antropologico per un disco così figlio della sua epoca: ovvero le canzoni. Pur con mezzo disco scritto da Bowie stesso, un fantastico equilibrio compositivo è ottenuto su questi solchi: l’alternarsi di brani sincopati e ballate, di atmosfere più sguaiate e momenti intimi, contribuisce ad un ascolto piacevole e ricco, a tratti persino epico. A questa categoria appartengono piccole perle del decennio come "Vienna" degli Ultravox e lo stesso "Let’s Dance" di Bowie, dischi tanto orecchiabili quanto sofisticati.

Vale davvero la pena ascoltare un Iggy Pop in versione crooner in “Shades” e “Hide Away”, e poi lasciarsi trasportare dalla nervosissima “Winners & Losers”, perfetto esemplare di synth-rock, che nei suoi sei minuti riesce a far coesistere sassofoni psichedelici e chitarre rumoriste con melodie memorabili ed atmosfere cinematiche. E pazienza se l’iperproduzione, in alcuni momenti, offusca l’oggettiva bellezza dei pezzi: questo disco non fu un grande successo per caso o per errore, ma perché la sua qualità è alta.

- Spartaco Ughi

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