sabato 19 settembre 2026

Spice Girls: "Spice" (1996)

Esce il 19 settembre di trent'anni fa "Spice", primo album delle Spice Girls.



(disco completo qui: "Spice")

La racconto com’è andata e mi sembra di tornare indietro di un secolo… Febbraio 1994, sulle pagine di The Stage, il settimanale britannico degli attori e dei ballerini in cerca di scritture, compare un trafiletto della Heart Management. “R U 18-23 con la capacità di cantare e ballare? Sei sveglia, estroversa, ambiziosa e determinata?” Segue indirizzo, e l’indicazione di portare spartito o cassetta con la base. Dietro l'annuncio ci sono Bob e Chris Herbert, padre e figlio, e il finanziatore Chic Murphy: l'idea è confezionare un gruppo tutto femminile che possa insidiare il monopolio dei Take That e degli East 17. Il progetto, messo nero su bianco, prevede “cinque ragazze marcatamente diverse fra loro”, ciascuna pensata per intercettare un pubblico diverso. Non è musica, ovvio: è marketing di segmentazione applicato agli esseri umani.

Si presentano in quattrocento. Vengono messe in gruppi da dieci a ballare una coreografia su “Stay” degli Eternal, poi provini individuali con la base sotto braccio: Victoria Adams canta Liza Minnelli, Melanie Brown canta Whitney Houston, Melanie Chisholm le Pointer Sisters. Geri Halliwell l'annuncio l'aveva visto ma il primo giorno non c'era; telefona settimane dopo e si autoinvita al richiamo, il che, col senno di poi, spiega buona parte della storia successiva. Michelle Stephenson, che al primo provino aveva ottenuto il punteggio più alto, viene sostituita dopo pochi mesi da Emma Bunton (si dice che “non legava col gruppo”, per lei fu una scelta personale dovuta alla malattia della madre: le due versioni convivono da sempre).

Le cinque prescelte, sotto il nome provvisorio di Touch, vengono spedite a vivere insieme in una casa nel Berkshire e a fare le giornate in una sala prove a Knaphill: sveglia, coreografie, canto, di nuovo coreografie. Un reality show senza telecamere, con cinque anni di anticipo sul Grande Fratello. Il repertorio che gli Herbert gli mettono in mano è, per stessa ammissione delle ragazze, “roba pop molto, molto ragazzina”: da uno di quei provini, intitolato “Sugar and Spice”, esce però il nome definitivo.

Ma qui ci fermiamo, perché la storia diventa epica e vi confesso che non conoscevo tutti i dettagli prima di interrogare le fonti. Sta di fatto che dopo tutto questo tempo passato insieme, le cinque si accorgono di due cose: la prima è che, mesi dopo, un contratto firmato ancora non lo hanno visto; la seconda è che, a furia di stare chiuse in una casa insieme, sono diventate davvero un gruppo. Così fanno la cosa più rock della loro storia: si prendono i nastri, salutano gli Herbert e se ne vanno per conto loro, senza management e senza etichetta. Così de botto, senza senso. Nel marzo del 1995 arrivano da Simon Fuller, che se le prende sottobraccio; in settembre firmano con la Virgin. E il gruppo costruito a tavolino licenzia il tavolo.

Ma cosa significa “band creata a tavolino”? Chiunque apprezzi un minimo di musica storce il naso di fronte ad un’aberrazione del genere; ma sappiate che, nonostante tutto, ha sua storia nobile. I capostipiti assoluti sono i Monkees, nati nel 1965 da un annuncio su un giornale di spettacolo di Hollywood che cercava “quattro ragazzi svitati fra i 17 e i 21 anni” per una serie televisiva: risposero in centinaia, ne uscì un gruppo che all'inizio nemmeno suonava sui propri dischi e che poi, colpo di scena, si ribellò ai produttori pretendendo di suonare davvero (ring a bell?). Ci sono gli Archies, che erano letteralmente dei personaggi dei fumetti. Infine, c’è il vero grande prodotto di massa, la catena di montaggio dei boy band di fine millennio: New Kids on the Block confezionati da Maurice Starr, Take That messi insieme da Nigel Martin-Smith con un casting a Manchester, Boyzone selezionati da Louis Walsh in una sala di Dublino, Backstreet Boys e *NSYNC generati in serie da Lou Pearlman (che finirà in carcere per una truffa piramidale, ma questa è un'altra storia). E c'è il lato oscuro della faccenda, i Milli Vanilli, a cui nel 1990 il Grammy fu revocato perché le voci sui dischi non erano le loro.

La differenza, con le Spice Girls, è che il prodotto ha preso il sopravvento sui produttori. Le cinque compaiono come coautrici di tutte e dieci le tracce dell'album, impongono “Wannabe” come singolo di lancio contro il parere della casa discografica e del manager (che puntavano su “Say You'll Be There”), si scelgono i vestiti, l'atteggiamento, le interviste e persino i soprannomi, che nascono da un articolo della rivista di Top of the Pops nell'estate del '96 e vengono adottati con entusiasmo. Il caso vuole, ed è la beffa più elegante di tutte, che Simon Fuller trarrà da questa esperienza le sue conclusioni e pochi anni dopo inventerà “Pop Idol”, cioè il format che trasforma il casting stesso nello spettacolo, e da lì “American Idol”, “X Factor” e per proprietà transitiva mezza televisione italiana della domenica sera. Il provino della Heart Management, insomma, non è finito nel 1994: è semplicemente andato in prima serata.

Ritorniamo però al 1996, perché il contesto è fondamentale. La Gran Bretagna è in piena Cool Britannia: il Britpop ha appena consumato il duello Blur contro Oasis, le classifiche sono un affare di ragazzi con la frangia e la chitarra, Tony Blair sta per vincere le elezioni cavalcando l'idea di un paese giovane e vincente. In questo panorama ultra testosteronico irrompono cinque ragazze che urlano “Girl Power”. Il termine non l'hanno inventato loro (arriva dalle fanzine punk underground “riot grrrl” e da un singolo delle Shampoo del 1995), ma sono loro a spedirlo dentro le camerette di mezzo pianeta, diventando delle dinamitarde Barbie canterine, dove il femminismo accademico non era mai riuscito ad arrivare. Con tutte le contraddizioni del caso, sia chiaro: si può discutere all'infinito se “Girl Power” fosse emancipazione o emancipazione confezionata in un contratto di licenza. Ricordiamo la celebre dichiarazione di Geri secondo cui Margaret Thatcher sarebbe stata “la prima Spice Girl”, che resta uno dei cortocircuiti ideologici più spettacolari della storia del pop. Ma provate a chiedere a una qualsiasi millennial cosa significava avere cinque modelli femminili diversissimi fra loro, che dicevano che l'amicizia veniva prima dei ragazzi. Boom.

Torniamo ai brani dell’album. “Wannabe” esce nell'estate del '96 con un videoclip girato in un unico piano sequenza dentro le stanze allora abbandonate dell'hotel di St Pancras: cinque ragazze che invadono un albergo di lusso e fanno casino peggio dei Gallagher, il che è anche una discreta metafora della loro carriera. Numero uno in oltre trenta paesi. Seguono “Say You'll Be There”, “2 Become 1” natalizio, e nel febbraio del '97 quella performance ai Brit Awards in cui Geri indossa un vestito Gucci nero su cui la sorella ha cucito uno strofinaccio con la Union Jack: una delle immagini più riprodotte del decennio, nata da un lavoro di sartoria da cucina (Vivienne Westwood docet). Poi il merchandising, che è il vero capolavoro industriale della faccenda: Pepsi, patatine, lecca-lecca, deodoranti, macchine fotografiche, bambole, scooter. Nel 1997 arriva persino il film, “Spice World”, che la critica demolisce e il pubblico ama. Trionfo di kitch britannico, pure con un redivivo Roger Moore che gigioneggia felice. Ma il dramma è in agguato e già nel maggio 1998 Geri se ne va, uccidendo quella magia irripetibile.

E alla fine, com’è ‘sto disco? Esattamente ciò che deve essere, e i brani li liquido in fretta perché qui, onestamente, la partitura conta meno del terremoto. “Wannabe” è 3 minuti di caos organizzato, scritti e incisi in una manciata di ore, con quel “zig-a-zig-ah” che non significa nulla e proprio per questo significa tutto. Come ho detto più volte, il fatto che la canzone più famosa del gruppo parli di amiche e non di fidanzati è il vero manifesto programmatico. “Say You'll Be There”, doveva essere il singolo di lancio, ed era la scelta ragionevole: R&B levigato, armonica campionata, ritornello impeccabile. Menomale che hanno fatto di testa loro. “2 Become 1”, decente ballata e primo Natale al numero uno di tre consecutivi; notevole che una canzone d'amore per adolescenti contenga un esplicito invito all'uso del preservativo, cosa che nel 1996 fece storcere qualche naso, ma ci sta. “Love Thing”, “Last Time Lover”, “Something Kinda Funny”, “Naked”, “If U Can't Dance”, tutti riempitivi funzionali, cioè quello che in un disco così serve a tenere in piedi la struttura: dance-pop e R&B di scuola britannica, confezionati benino visti i tempi e cantati con più grinta che tecnica. “Naked” è la sorpresa, insolitamente misurata e adulta. “If U Can't Dance” chiude con un ritornello in spagnolo, perché è la word music, bellezza. “Mama”, pezzo per le mamme, cinico e sincero allo stesso tempo; “Who Do You Think You Are”, bel momento cattivo e divertente, disco-funk a gomitate contro chi si dà arie.

Infine, rimane a noi dopo tanti anni la domanda esistenziale e filosofica che percorre come uno spettro tutta questa recensione: le Spice Girls erano “vere” o “costruite”? Arrivato fin qui, mi sembra la meno interessante di quanto non lo pensassi all’inizio. Erano costruite, ovviamente: c'è l'annuncio, il casting, il finanziatore, gli archetipi decisi a tavolino prima ancora di sapere chi li avrebbe interpretati. Ma sono anche riuscite a scappare dal laboratorio, a licenziare chi le aveva create, a mettere il proprio nome e imporre le proprie scelte a un'industria che le voleva docili. È il paradosso perfetto del pop: un prodotto che a un certo punto diventa una cosa viva e comincia a decidere per conto suo. Ma come un disco di Moebius, questo slancio ribelle fatalmente ritorna prodotto (mementote X Factor!), viene ri-confezionato dal marketing, che da sempre insegue il nostro umore e le nostre passioni e non può tollerare rivoluzioni, ma solo cicli produttivi ben stabiliti. Grumpy-Spice Guccini direbbe nella sua Avvelenata che non ha mai detto che “a canzoni si posson far rivoluzioni”. Vale così anche per le Nostre, ovviamente. Se volete una considerazione più oscura e nichilista, le Spice Girls sono la parabola dell’addomesticamento della forza creativa, che in partenza può perfino spingersi alla ribellione e impossessarsi dei mezzi di produzione artistica, per dilagare e distruggere quel limes impostato diligentemente dal business musicale. Ma alla fine, le necessità contingenti e la forza di compravendita vincono sempre, perché capaci di stabilire nuovi confini, quando il fiatone coglie la creatività; per imporre un prezzo alla produzione artistica e riprodurla in serie.

In definitiva, “Spice” non è un grande disco. È qualcosa di diverso e forse di più raro: un grande evento, immortalato su nastro. Il che, come sappiamo bene, non capita molto spesso.

Nessun commento:

Posta un commento

ARTISTI IN ORDINE ALFABETICO:   #  --  A  --  B  --  C  --  D  --  E  --  F  --  G  --  H  --  I  --  J  --  K  --  L  --  M  --  N  --  ...