domenica 26 luglio 2026

Muse: "the Wow! Signal" (2026)

È uscito il 26 giugno il decimo album in studio dei Muse, intitolato "The Wow! Signal". Coadiuvati per la prima volta da un coautore per la stesura delle canzoni, i tre di Teignmouth cercano di riaccendere la fiamma della creativitá dopo due decenni che, creativamente, sono stati caratterizzati da piú ombre che luci. Ci riusciranno? Spartaco Ughi indaga.



(disco completo qui: "the Wow! Signal")

In alcuni brevi sketch sulla TV americana negli anni '90, David Bowie ci metteva a parte di alcuni suoi "segreti", con lo humour sagace che lo ha sempre contraddistinto. Il piú riuscito di essi era, secondo noi, il seguente, pronunciato guardando dritto in camera con espressione estremamente seria: "Uno potrebbe pensare che essere una rockstar, sposato con una top model, sia una delle cose migliori al mondo... lo é!" Cosa succede, quindi, quando una delle cose migliori al mondo ci sfugge tra le dita?

Leviamoci subito dalle scatole la questione, oziosa vieppiù, se "The Wow! Signal!" sia davvero il miglior disco rilasciato dai Muse negli ultimi 5 lustri abbondanti: sì, sì lo è, ma lo sarebbe anche se quest'album consistesse soltanto di "Unravelling", della versione acustica di "Unravelling", di sei o sette versioni remix di "Unravelling" e di un vocale di tre minuti in cui Matthew Bellamy si scusa profusamente per "The 2nd Law". La domanda vera era: puó questo fan deluso davvero, davvero credere che il miglior pezzo hard rock pubblicato dai Muse negli ultimi vent'anni ("Unravelling", pubblicato come singolo estemporaneo oltre un anno fa, se non si fosse capito) sia l'anticamera dello spettacolare comeback dell'ultima rockband da stadio?

Il titolo, tanto per cominciare, si riferisce ad un segnale radio proveniente dallo spazio, captato da un orecchio elettronico americano nel 1977, e così soprannominato per via del commento scritto a margine del report dallo scienziato incaricato di rivedere i dati di misurazione. Il tema del contatto con "poteri superiori", siano essi afferenti al divino o "soltanto" intelligenze aliene, faceva presagire (o forse sperare in) un'opera più ragionata delle precedenti, nonostante la coperta di Linus della fantascienza speculativa. La tracklist, a sua volta, si rivelava sempre piú esaltante all'avvicinarsi dellala pubblicazione, con le nuove canzoni estratte che mantenevano alto il livello. "Be With You" é un brano il cui luminoso (apparente) ottimismo rimanda a "Invincible", con un testo - e un videoclip - che sembrano parlare di amore e destino, e un climax perfettamente Muse nella sua enfasi zuccherosa. "Cryogen" addirittura ci riportava ai fasti di "Origin of Simmetry" e di alcune tracce di "Showbiz" ("Uno", per esempio), mentre "Hexagons" sembrava riflettere sul destion della band dopo "The Resistance" (sulla cui copertina, peraltro, gli esagoni sono presenti in gran numero). Infine, la sorprendente "Nightshift Superstar" veniva rilasciata poche settiman prima del drop dell'album intero: una canzone che non stonerebbe all'Eurovision, impreziosita però da una delle performances piú memorabili di Chris Wolstenholme al basso, da ottime orchestrazioni e da un generale senso di divertimento che la rendono piacevole. Il cinismo del fan deluso si dava il permesso di diventare speranza che, forse oh forse, l'ultimo album davvero bello dei Muse fosse ancora lá da venire. Sarebbe davvero stato questo "The Wow! Signal"? È bastato peró un singolo ascolto per capire che la situazione è, come si suol dire, un po' più complessa, e la scoperta del senso di questo disco sarà un ottovolante quasi quanto la sua tracklist completa.

In apertura troviamo, nei cinque minuti abbondanti di "The Dark Forest", una canzone che parte rock sinfonico splendidamente arrangiato e arriva progressive metal, passando per un intermezzo con un coro maschile che declama in latino parole pseudo religiose; piú che la nuova "Knights of Cydonia", quest'opening é quello che succede se prendi "Bohemian Rhapsody", la innesti su "City of Delusion", e poi giri tutte le manopole della console al massimo, e poi continui a girarle in un continuo, infinito crescendo. Rumorosissima, incredibilmente stupida, esageratamente magniloquente, "The Dark Forest" mette subito in chiaro che di pensiero ragionato, in quest'album, non ne troveremo quantitá ragguardevoli; il titolo, per inciso, é un altro riferimento fantascientifico, alla teoria secondo la quale se civiltá extraterrestri esistono, esse si nascondono per paura di attirare l'attenzione di qualche predatore intergalattico . A seguire, nella prima curva a gomito di questo disco, troviamo il funkeggiante singolo "Nightshift Superstar", in un cambio di tono e atmosfere vertiginoso.

É solo quando arriviamo alla traccia numero tre, però, che ci troviamo di fronte al vero tema di "The Wow! Signal". "Shimmering Scars" parla, senza filtri, della fine traumatica di una relazione, quella tra il frontman Matthew Bellamy e la sua ex-moglie, la modella Elle Evans. Bellamy canta affranto di un'estate gelida, di come "tutto ciò che desiderava è volato tra le stelle e si nasconde nell'oscurità", mentre il pathos cresce e le atmosfere rarefatte piano e voce esplodono in una power ballad intensamente dolorosa. "Cryogen" reitera le sensazioni di freddo abbandono, senza rinunciare a rime e assonenze veramente, ma veramente stupide. Quello che conta, però, è che "Cryogen" è l'erede di "Plug in Baby" che nessuno piú davvero sperava di ascoltare, la cui ottusissima gloria ci possiamo invece godere. A chiudere l'ipotetico lato A troviamo "Be With You", il cui senso nel contesto del disco diventa ora chiaro: gli organi iniziali, il tema dell'anima gemella ("la mia vita è appena iniziata, non puó essere con chiunque, deve essere con te") e il maestoso climax, con tanto di ottimo assolo di chitarra, rimandano forse al matrimonio tra Bellamy e Evans. Il luccichio di questo ottimismo si colora di toni malinconici e deprimenti perché quel sogno é finito, nonostante l'emozione di questa bombastica marcia nuziale rimanga intatto (almeno secondo chi scrive).

La seconda metà di "The Wow! Signal" non si fa problemi a trascinare l'ascoltatore nel processo di elaborazione del lutto di Bellamy: l'eccellente elettronica space-prog in 6/8 di "Hexagons" apre un trittico di canzoni interconnesse, proseguendo con il fenomenale hard rock di "The Sickness in You&I", che salda a caldo un riff heavy-metal, una strofa abrasiva, qualche divagazione industrial con uno di quei ritornelli melodici e accattivanti che i Muse producono quando sono in forma, e si conclude con "Unravelling", altro pezzone pesante e brutale con un ritornello arioso ed epico, che rinverdisce i fasti di brani semi-mitici come "Dead Star" e "Futurism". In un nuovo colpo di scena, poi, ci troviamo "Hush", che parte con l'ennesimo, pesantissimo (e riuscitissimo) riff per poi aprirsi in un alro ritornello da Eurovision, cantato in duetto con un'ottima Ellie Goulding.

Il ritornello di "Hush" viene ripetuto ancora una volta mentre la tracklist scivola, senza soluzione di continuità, nell'atmosfera spaziale che annuncia il finale di "The Wow! Signal". "Space Debris" é un valzer cupo e disperato, un pianto di solitudine e sconfitta cantato a cuore aperto da Bellamy, che alla perdita del contatto con ciò che aveva trovato contrappone la magra consolazione di poter riascoltare la registrazione di quel segnale che aveva ricevuto, illudendosi di essere di nuovo a casa. Nel climax della canzone troviamo un indizio che forse un problema di salute mentale, o di dipendenza, sia alla base di questa separazione, aggiungendo un retrogusto di terrena tristezza ad un dramma presentato, fin qui, come cosmico.

Stiamo quindi, forse, parlando dell'inaspettato, inatteso capolavoro della maturità del trio di Teignmouth? No. No, e non perché questo disco non sia per certi versi un capolavoro: chi scrive si sente di dire, mano sulla coscienza, che "The Wow! Signal" non è il miglior Muse degli ultimi diciassette anni: è il migliore degli ultimi venticinque, e arriva molto vicino ai livelli toccati da "Origin of Simmetry". Quello di cui si sente la mancanza, però, è la maturità. Perché già il "break-up album" è di per sé un genere piuttosto spinoso, perché oltre un certo limite certe questioni dovrebbero rimanere private; se poi si sceglie di usare la ricerca di vita intelligente nello spazio come metafora dell'incomunicabilità alla fine di una relazione, allora il termine "adolescenziale" diventa l'unico davvero adegato. Bellamy come paroliere non ha mosso un passo da quando aveva vent'anni, e parlava di stelle morte e di demenza spaziale. Non è un peccato veniale, a pensarci bene. I Muse sono finalmente tornati a scrivere e suonare con l'intensità e la forza che li ha trascinati al successo negli anni '00. Fa male al cuore, pensare che ciò sia in parte dovuto ad una separazione che, per il poco che ci è dato sapere, dev'essere stata molto traumatica e complicata.

Il vero artefice di questa piccola resurrezione, tuttavia, ha un nome e un cognome: Dan Lancaster, producer inglese, già coinvolto con band come i Bring me The Horizon e i Blink-182, che ha cominciato ad accompagnarli dal vivo dal 2022, sostituendo il veterano Morgan Nicholls. A detta di Bellamy stesso, Lancaster ha avuto un ruolo fondamentale nello spingere la band oltre la satolla pigrizia che li aveva intrappolati, aiutando a mettere a fuoco quest'album anche nel ruolo di autore (su 7 di questi dieci brani). Grazie a questa iniezione di nuove idee, i Muse sono finalmente usciti dall'isolazionismo in cui si erano arroccati per due interi decenni. Un tastierista quarantenne, dai capelli scuri e con la barbetta, ha salvato i Muse da loro stessi, semplicemente dicendo loro "falla di nuovo, ma questa volta falla bene". Chi scrive aveva sognato una cosa del genere per molti, molti anni.

Rimane, purtroppo, un po' di amaro in bocca alla mancanza di consapevolezza del Bellamy artista, che pare ormai essersi irreversibilmente trasformato in un Peter Pan di mezza età (ma che, da quello che é dato capire, si comporta da adulto responsabile come essere umano, e questo è rincuorante). Cosa questo significherà, per le mie future fruizioni di "The Wow! Signal", e dei Muse in generale, non è ancora dato sapere. E questa incertezza, questa possiblità inaspettata, sono già molto più di quello che io, e la maggior parte dei fan di vecchia data, considerava possibile poco più di un anno fa. Non è il comeback da sogno che ci immaginavamo, ma forse é la sveglia di cui avevamo bisogno.

- Spartaco Ughi

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