Venti anni fa oggi, il 12 giugno 2006 la fascinosa Joan Wasser, aka "as a policewoman", ci regala il suo primo lavoro completo in studio: "Real life".
(disco completo qui: "Real Life")
Venti anni fa oggi, il 12 giugno 2006 la fascinosa Joan Wasser, aka "as a policewoman", ci regala il suo primo lavoro completo in studio: "Real life". Senza esitazioni e senza dubbi viene da dire, subito dal primo ascolto, che tutto è assolutamente a posto e centrato. Fin dal primo brano (e vediamolo live, per documentare la bellezza a 360 gradi dell'artista in questione: https://www.youtube.com/watch?v=O-G8tyAm56E) si percepisce lo stato di grazia che ha guidato la realizzazione del disco.
Joan è una polistrumentista di qualità, ma quello che colpisce immediatamente e che ammalia è certamente la morbidezza della voce ed il talento da crooner; si è subito rapiti e condotti in un tètè a tètè confidenziale e magico.
La title track è paradigmatica; Joan continua poi il suo racconto con la coinvolgente "Eternal Flame" (che comincia ad introdurre in completezza gli elementi soul-jazz che compongono il caleidoscopio stilistico della nostra) e la dolce e sconfitta filastrocca di "Feed the light".
"The Ride" è sicuramente uno dei picchi del disco, con un ritornello che si imprime subito nell'anima e (ancora) con la voce a fornire quel "quid" di eccelenza ad una composizione già di per se stessa memorabile.
La collaborazione con Antony (si parla di anima e voci, no?) sembra a questo punto naturale. "I defy" scorre liscia sui binari predisposti (certo, magari forse fin troppo automatici e prevedibili: ma in complesso l'operazione funziona).
"Flushed chest" non abbassa sicuramente il livello complessivo, anzi, contiene uno dei quasi-recitati più riusciti. L'animo indie, le chitarre e l'attitudine originaria rock fanno capolino in "Cristobel" e anche in questo caso il mix funziona, funziona davvero benissimo.
Si prosegue in bellezza, con "Save me": brano che diventa subito marchio di fabbrica di Joan, che incrocia e supera in scioltezza anche la migliore Tori Amos.
"Anyone" e soprattuto la conclusiva "We don't own it" (altro brano assolutamente memorabile, impreziosito da un violino alla "Dirty Three" a seguire la narrazione) ci accompagnano all'ultimo bicchiere di vino, mentre seduti in platea del jazz club si applaude la splendida artista che ci saluta dal palco e la si ringrazia dato che ci ha concesso un'ora di racconti e confidenze, di delizie e dolori.
Raccontando tutto con una misura rara e preziosa, cullando - come pochi riescono a fare - il nostro cuore.
- il Compagno Folagra
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