Viene completato nel maggio di cinquant'anni fa "Come in un'ultima cena", quarto album di inediti in studio del Banco del Mutuo Soccorso, fra le maggiori formazioni prog rock italiane degli anni settanta. Disco complesso e complicato, è il più rappresentativo della seconda fase della vita del complesso.
(disco completo qui: "Come in un'ultima cena")
Dopo tre album di notevole livello incisi e pubblicati tra 1971 e 1973, tra il 1974 e il 1976 il Banco del Mutuo Soccorso disperde le sue energie in un numero elevato di progetti, tra cui una colonna sonora ("Garofano Rosso", febbbraio 1976), un album di reincisioni in inglese per il mercato britannico e americano ("Banco", marzo 1975, operazione che richiama quelle analoghe di Premiata Forneria Marconi e delle Orme, e che come le loro rimarrà senza particolare successo), e un nuovo album in studio, "Come in un'ultima cena", che risulterà il lavoro più complesso scritto dai nostri.
"Come in un'ultima cena" è album difficile: anche se non di avanguardia o particolarmente sperimentale, la sua musica è complessa e raramente da spazio a melodie facili e orecchiabili, per quanto esse non manchino, talvolta nascoste nelle pieghe dell'opera, prelevate in buona parte dalla tradizione musicale mediterranea. I musicisti si dimostrano capaci di integrare il progressive sinfonico di eredità britannica con chitarre acustiche, percussioni etniche e strumenti della tradizione classica come il clarinetto, il clavicembalo, la tromba e il violino, per un disco che ha un forte sapore di antichità: le evidenti suggestioni bibliche ("Come in un'ultima cena") e greco-romane ("Voilà Mida"), le accuse politiche ("Slogan"), si alternano a metafore ardite e piuttosto oscure ("Si dice che i delfini parlino").
"Come in un'ultima cena" è comunque un disco elaborato e profondo, che ripaga il fruitore di ascolti ripetuti, anche a distanza di tempo. È il tipo di album che si mette sul giradischi e ci si sorprende ogni volta di come fosse meglio di come lo si ricordasse.
Ad aprire le danze pensa la traccia eponima, sei minuti abbondanti di progressive meditabondo e colossale, capace di servire al meglio la potenza della voce di Francesco di Giacomo, che richiama l'arrivo dell'alba nel suo evocativo finale. Di altrettanto livello è "il Ragno", la canzone più famosa dell'album e uno dei classici radiofonici del Banco: tempi dispari, controtempi, melodie incisive, stacchi strumentali e incroci vocali che ricordano i Gentle Giant, impressionanti fughe di pianoforte di Gianni Nocenzi, un brillante arrangiamento di chitarra elettrica di Rodolfo Maltese, il pezzo è giustamente fra i più noti del gruppo. Sul lato B le perle sono il jazz rock astratto e suggestivo di "Si dice che i delfini parlino", con il batterista Pierluigi Calderoni e il clarinetto di Gianni Nocenzi sugli scudi, e la sarcastica "Voilà Mida", introdotta da uno dei momenti strumentali più magnificamente astrusi del complesso, condotta con ritmica incalzante e illuminata da un ponte arlecchinesco e da un felice ritornello.
Inferiori al quartetto principale di canzoni poniamo le pur interessanti "Slogan", che nella sua introduzione di sintetizzatore lascia quasi un tributo agli Emerson, Lake & Palmer che li hanno messi sotto contratto con la loro casa discografica Manticore, ma che risulta una denuncia politica un po' troppo generica per soddisfare pienamente i suoi sette minuti di lunghezza; e la conclusiva "Fino alla mia porta", con una splendida introduzione strumentale sospesa fra Emerson, Lake & Palmer e Gentle Giant, con un grande lavoro di Maltese, del bassista Renato d'Angelo e di Calderoni, ma con uno sviluppo centrale che non raggiunge la giusta quantità di epos, tra un superfluo parlato e una linea melodica della voce (e di conseguenza un finale) inusualmente dimessa.
Il resto del disco assume un carattere volutamente di contorno a questi brani fuori scala, come nelle pacate, notturne meditazioni atmosferiche della prevalentemente acustica "È così buono Giovanni, ma..." o di "la notte è piena", o nel saltarello corale di "Quando la buona gente dice"; per quanto ben posizionate nel contesto dell'opera, a un ascoltatore moderno e impaziente può sembrare che lavorare per sottrazione e asciugare l'album nei soli cinque brani di lunga durata forse lo avrebbe reso ancora più incisivo.
Quale che sia il vostro parere sull'inclusione di questi brani interlocutori, ovvero che complementino l'opera o la diluiscano troppo, "Come in un'ultima cena" rimane una delle grandi opere del Banco del Mutuo Soccorso, e uno dei più significativi album di un rock progressivo italiano che nel 1976 è già in via di ridimensionamento.
- Prog Fox
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