lunedì 23 marzo 2026

Angra: "Holy Land" (1996)

Esce il 23 marzo di trent'anni fa "Holy Land", secondo album dei metallari brasiliani Angra: un grandioso affresco di heavy metal moderno, infuso di progressive, musica etnica brasiliana e power metal che rappresenta forse il magnum opus della formazione guidata all'epoca dal cantante Andrè Matos.



(disco completo qui: "Holy Land")

A tre anni dall'uscita del sensazionale esordio "Angels Cry", i brasiliani Angra danno alle stampe un secondo album che alza ancora il livello di complessità e proggaggine del loro power metal epicheggiante. "Holy Land" si candida chiaramente a essere il magnum opus della formazione, per ambizione - è un concept - e difficoltà compositiva, esecutiva e realizzativa: risultato ampiamente raggiunto dal quintetto. Nonostante la differenza nello stile metallico, è evidente come la lezione tribalista dei conterranei Sepultura sia stata ben studiata dagli Angra.

Il tema dell'album è la storia della scoperta europea del Brasile, e dello scontro-incontro fra i colonizzatori europei e gli abitanti del posto, uno scontro anche fra forme diverse di spiritualità (Andrè Matos, cantante e tastierista del gruppo, è un fervente cristiano). Dopo una breve introduzione tratta dall'opera di Giovanni da Palestrina, Matos e i suoi ci buttano subito in media res, con l'eccellente attacco power di "Nothing to say", vista dal punto di vista di un vecchio conquistador che riflette sul suo contributo alla sottomissione delle tribù pagane. Il pezzo contiene già tutto il manifesto dell'album, con un grande ritornello epico, un assolo 'pagano' di Matos alle tastiere, seguito da quelli dei chitarristi Kiko Loureiro e Raphael Bittencourt, e poi un altro interludio classico di Matos. Sono queste le tre coordinate 'culturali' della band, che aggiungono così un elemento al power prog del precedente "Angels cry".

"Silence and distance" si apre come una sofferta introduzione piano/voce prima di tornare su lidi più propriamente power ballad, con un ritornello solenne e una insolita, tambureggiante ritmica in tempo dispari in cui troneggia il batterista Ricardo Confessori.

La successiva "Carolina IV" rappresenta il nucleo concettuale del disco, con i suoi dieci minuti in cui succede praticamente di tutto: l'apertura col riff 'tribale' sovrapposto ad armonizzazioni corali tipicamente 'europee', il ritornello quasi pop, poi una cavalcata metal capace di percorrere diverse atmosfere nel giro di un paio di minuti, dopodiché uno splendido solo di basso di Luis Mariutti porta ad ulteriori riff in cui continua l'alternanza fra temi metal, classicheggianti e tribaleggianti, in una struttura ciclica che riporta infine ai temi iniziali; la capacità di convogliare il tutto in un epos convincente è davvero fuori dal comune in questo brano che è uno dei migliori dell'album e della produzione tutta della band.

"Holy Land" si apre ancora con un riff pianistico che ignoranti come noi non faticano ad associare con la musica 'portoghese', e torna sul tema spirituale del disco, invocando la nostalgia dell'età dell'oro - sebbene non si capisca se l'età dell'oro sia quella delle tribù pagane o quella che dovrebbero o vorrebbero portare gli invasori europei (o forse, chissà, l'unione fra questi elementi?).

Seguono "The Shaman", naturalmente a tema pagano, capace di creare una atmosfera sottilmente inquietante, e soprattutto "Make believe", una delle ballate più riuscite degli Angra e, a nostro parere, la canzone più rappresentativa del disco assieme alla già citata "Carolina IV"; si tratta di un brano che grazie a un azzeccato crescendo (in cui la voce del Nostro utilizza ogni registro possibile per indirizzare il tono della canzone) conduce con sapienza a una coda esplosiva, grazie soprattutto alla verve stellare delle chitarre. Menzione speciale per il lavoro splendido di Confessori alla batteria, e Matos punteggia da par suo il brano anche con un riff di tastiera indimenticabile.

Sparate le cartucce migliori, l'album si chiude degnamente con il power metal più tradizionale di "Z.I.T.O." e poi con la nostalgica, pensosa ballata "Deep Blue", prima della breve coda acustica di "Lullaby to Lucifer" che conclude un disco che non esitiamo a definire strepitoso.

La band brasiliana brilla: il falsetto di Matos non è per tutti, ma il cantante/tastierista regala una solida prova vocale per tutto l'album; la sezione ritmica è efficace e sa come punteggiare al meglio le architetture dei brani, e i due chitarristi hanno inventiva nel riffeggiare metallaro e negli assoli.

Creativo e melodico, "Holy Land" è un interessante esperimento di fusione tra generi, che conferma gli Angra come una delle migliori realtà del metal mondiale degli anni '90.

- Prog Fox

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