Usciva cinquant'anni fa oggi "A Night at the Opera", quarto album dei britannici Queen, disco della loro consacrazione, capolavoro del rock e massima opera del quartetto formato da Freddie Mercury, Brian May, John Deacon e Roger Taylor. Basti dire che si tratta dell'album che contiene "Bohemian Rhapsody". Ma che è molto più che una cornice di quel pezzo sensazionale. Probabilmente ci troviamo davanti al migliore album eclettico del rock moderno.
(disco completo: https://tinyurl.com/355yc28r)
Dopo tre album caratterizzati da vendite crescenti e da una crescente affermazione come animali da palcoscenico, i Queen entrano in studio nell'agosto del 1975 col loro produttore Roy Thomas Baker per realizzare il loro quarto album, un disco che diverrà la loro consacrazione artistica e di pubblico e uno dei dischi più rappresentativi del rock anni settanta tutto: "A Night at the Opera", così chiamato come tributo all'omonimo capolavoro cinematografico dei fratelli Marx del 1935. Il titolo è già un manifesto della loro poetica, quanto più distante possibile sia dalla seriosità del progressive rock a cui peraltro sono affini per complessità e tecnica, sia dalla seriosità dei nascenti punk e new waver, a cui peraltro non sono per nulla affini proprio per la visione epicurea e calvinianamente leggera della vita prima ancora che per le scelte musicali.
Chi dovesse porsi all'ascolto del disco per la prima volta capirà di trovarsi di fronte a qualcosa di superbo e che ha pochi eguali nella capacità di accostare elementi apparentemente inconciliabili, cori faux-operistici e chitarre elettriche, progressive e vaudeville, pop e hard rock, ironia e tecnica. L'eclettismo strabordante e geniale dei quattro musicisti talvolta si distribusice all'interno di uno stesso brano, talvolta risulta dagli audaci accostamenti che genera una sequenza di brani assolutamente insensata e irragionevole, una di quelle sequenze per le quali un produttore direbbe: non potete mettere in uno stesso album, o almeno in una stessa facciata, pezzi di vaudeville anni trenta come "Lazing on a sunday afternoon", "Seaside rendezvous" (con le voci di Mercury e Taylor a simulare legni, ottoni e kazoo, con risultati da lasciare a bocca aperta) e "Good Company" (vera e propria esibizione della capacità di arrangiare di May) e canzoni hard rock come "Death on two legs" e "I'm in love with my car" (con un Taylor incredibilmente graffiante alla voce solista); non potete fare un folk rock semiacustico come la dolce "'39" (interpretato dalla vellutata voce di May) e accostarlo al pop romantico e un po' smielato di "You're my best friend" (con il suo autore Deacon al piano elettrico); e ancora: che mancanza assoluta di rispetto è chiudere l'album con un arrangiamento per chitarra elettrica di "God save the Queen"? Ma chi vi credete di essere? Un anno prima dei Sex Pistols, poi!
I due picchi assoluti dell'album, comunque, sono due mini-suite di progressive rock fantasioso come la sequenza "the Prophet's Song"/"Love of my life" e la conclusiva "Bohemian Rhapsody", il pezzo più famoso dell'album, il pezzo più famoso dei Queen, e uno dei pezzi più famosi del rock tutto.
I dodici minuti della prima mini-suite rappresentano il massimo esempio della carriera dei Queen nel prog serioso, capace di rivaleggiare per ambizione eccessiva e pretenziosità con Yes e King Crimson (le incredibili, infinite sovrapposizioni vocali del canone centrale di "the Prophet's Song" rappresentano qualcosa di mai più raggiunto da nessun gruppo prog; e le evoluzioni alla chitarra acustica di Brian May a cavallo tra le due parti della suite sono degne dei migliori interventi allo strumento del Robert Fripp di "Cadence and Cascade", "Cirkus" e "Book of Saturdays"; e non dimentichiamo la gustosa prova di Deacon al basso, un musicista davvero di sensibilità sopraffina capace di tracciare, alla bisogna, riff memorabili o intarsi sonori paragonabili a florilegi).
D'altra parte, gli oltre sei minuti della seconda, descritta ironicamente come una "mock opera" dal suo autore Mercury, sono il condensato musicale di un eclettismo che non ha paragoni nel rock se non in un artista come Frank Zappa (non a caso una influenza dei Queen stessi), letto però con una chiave autoironica nella quale emerge chiaro il collegamento con il linguaggio comico dei fratelli Marx richiamati nel titolo del disco: l'apparente esistenzialismo straziante dell'introduzione di pianoforte (con l'accorata prestazione di Mercury al canto e il basso liquido di Deacon), rinforzato dal prosieguo in forma di power ballad guidata dalla chitarra, viene fatto a pezzi dalla celeberrima follia faux-operistica di Mercury e Taylor, che spazza via completamente qualsiasi pretesa di farsi prendere sul serio, prima di finire con il sarcastico assolo di May (fra i più giustamente famosi della storia del rock) e con la struggente chiusura che riprende gli accordi iniziali del piano.
Un disco così non può che fare flop, non è rivolto a nessuno in particolare, ci sono troppo pop, hard rock e autoironia per i progger, non ha nessuno degli elementi della nascente combo punk/new wave (è un disco che suona molto retro rispetto alla contemporanea opera di David Bowie, Iggy Pop o Patti Smith, per dire), e c'è troppa roba complicata, complessa e dilatata per gli appassionati di pop e rock. E naturalmente "Bohemian Rhapsody" è troppo lunga, chi mai ha pubblicato un singolo di 6'30'' di quel genere?
Ma come il proverbiale calabrone, i Queen non lo sanno (ma lo sapevano, lo sapevano) e volano lo stesso in testa alle classifiche con oltre un milione e mezzo di copie vendute, il disco è #1 in patria, in Australia, in Finlandia, in Nuova Zelanda e nei Paesi Bassi, #4 in America, così come "Bohemian Rhapsody" è #1 fra i singoli britannici e #9 in quelli americani, uno dei singoli più venduti di sempre al mondo, con oltre sei milioni di copie. Se per i primi tre dischi i Queen erano stati un gruppo di culto che emergeva dalla fusione ad altissima temperatura fra glam rock venato di Zeppelin e prog rock venato di Genesis, qui il complesso porta a termine il proprio progetto musicale e realizza il disco più eclettico della storia del rock moderno.
- Prog Fox
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