Esce il 27 settembre di vent'anni fa "Apologies to the Queen Mary", album d'esordio dei canadesi Wolf Parade, sorti nella scena indie di Montreal nel 2003. Il gruppo realizza un capolavoro del rock revival, intriso di chitarre acide, tastiere allucinate e brani nervosi e paranoici, imperdibile per gli amanti della scena degli anni zero.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/y4696me6)
I canadesi Wolf Parade vengono formati nell'Aprile del 2003 dal cantante e tastierista Spencer Krug, che recluta prima il chitarrista Dan Boeckner, poi il batterista Arlen Thompson il giorno prima del loro primo concerto e infine il tastierista Hadji Bakara nel settembre dello stesso anno. Nel 2005 i Wolf Parade incidono a Portland, in Oregon, il loro disco d'esordio "Apologies to the Queen Mary", uno degli album di debutto più potenti dell'indie degli anni zero.
"Apologies to the Queen Mary" è un album caratterizzato da una musica nevrotica e spigolosa, che non abbandona mai il linguaggio del rock elettrico - non ci sono momenti folk, elettronici o ambient; ma nonostante questo, il quartetto parla una lingua innovativa e mai banale, trasformando ogni brano in una miniatura di sperimentazioni, angolazioni inusuali e scarti di direzione inattesi, che a volte mozzano il fiato e colpiscono alle costole, altre volte inebriano per la loro genialità.
Un ascesso di paranoia nevrotica apre l'album con "You are a runner and I am my father's son", che beneficia della presenza di un cantante sensazionale, dalla voce nervosa e spigolosa, come Spencer Krug, anche tastierista, sebbene non manchino comunque i brani cantati dall'altro autore principale del gruppo, il chitarrista Dan Boeckner, dalla voce più ordinaria ma anche più calda e avovlgente, appropriata a brani che hanno l'aspetto di scheletri springsteeniani decorati di elettronica e disagio come "Shine a light" e la conclusiva "This heart's on fire".
Non c'è un brano che non abbia almeno un elemento inusuale e notevole, non c'è un brano senza un riff brillante o un ritornello memorabile, da "Modern World", un rock solo apparentemente ordinario dal quale filtrano progressivamente lacrime e moti di commozione pesanti come petrolio, alla sarcastica, pungente, falsa, sardonica allegria di "Grounds for Divorce"; dalla ritmica grandiosa di Arlen Thompson in "Fancy Claps" alle chitarre e tastiere allucinate di "Same ghost every night"; allo psychobilly improvvisamente licantropizzato da percussioni ed elettronica di "It's a curse".
"I'll believe in anything" è forse il momento più alto di un disco altissimo, massima espressione nevrotica della voce di Krug, nonché dimostrazione di virtuosismo e creatività del sempre fantastico Thompson; mentre i sette minuti letargici e sinuosi di "Dinner Bells" vengono chiusi da una delle code più emozionanti dell'album (e forse sarebbe stato più appropriato sceglierla come brano per terminarlo).
"Apologies to the Queen Mary" dei Wolf Parade potrebbe essere il capolavoro definitivo del rock revival degli anni zero. Se non è il capolavoro definitivo del genere, è certamente il capolavoro assoluto di uno dei suoi gruppi di culto.
- Prog Fox
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