venerdì 6 maggio 2016

Cure: "Wild Mood Swings" (1996)

Esce il 6 maggio del 1996 "Wild Mood Swings", decimo album in studio dei Cure.



(disco completo qui: "Wild Mood Swings")

Quando, nel lontano 1996, i miei amici del liceo tornarono da quello che allora si chiamava PalaEur non erano granchè felici. Alcuni facevano “no” con la testa, altri dissero semplicemente che era stato un gigantesco pastone di 3 ore e che Smith si era venduto al sistema indossando la maglietta con su scritto “The 13th”. Era tutto tristemente vero.

Effettivamente nessuno dei fan dei Cure che avevano pianto di gioia ascoltando capolavori come “Wish” (1992) e "Disintegration" (1989, l’amatissimo manifesto della incarnazione definitiva del gruppo) era rimasto impassibile di fronte a “Wild Mood Swings”, il decimo album in studio dei Cure.

Premessa: i problemi di line-up non avevano granché giovato al gruppo: il chitarrista Porl Thompson aveva amichevolmente defezionato il gruppo per convogliare nella band di Page & Plant e Boris Williams (l’unico vero batterista di gustoso talento che la band possa annoverare) aveva deciso di dedicarsi ad altri progetti, piuttosto sconclusionati, tipo i Babacar. Era evidentemente un momento di grande confusione e, si sa, che quando le carte del mazzo vengono rimescolate, non sempre le mani successive sono buone.

“Wild Mood Swings” risulta, da subito, un disco assolutamente ‘eterogeneo’ nel suono. A voler essere gentili. Se il brano di apertura “Want” é splendido, fluidamente psichedelico e destinato a diventare un classico della band, il primo estratto dall’album “The 13th” é qualcosa di indecifrabile e destabilizzante per via delle sonorita latineggianti con tanto di trombe mariachi. “Mint car” é cosi zuccherosamente pop e allegra da provocare il coma glicemico, mentre “Club America” è un lungo, potente ma sconclusionato grido di rabbia. Persino l’inquietante ballad “This is a lie” - l’unica del disco che riporta un minimo alle atmosfere oscure e fascinose a cui il gruppo era cosí legato in passato - risulta poco riconoscibile.

Eppure i testi raccontano bene questo momento confusionario. Si parte con la malinconia consapevole di “Gone!”: “Oh you know how it is/ Wake up feeling blue/ And everything that could be wrong is/ Including you” (Sai com’é svegliarsi malinconici/ e tutto ciò che può essere sbagliato lo é/ compreso te.).

Si passa per la dolorosa luciditá di “This is a lie”: “I've never been sure/ the part we play/ the way we are/ pretending to know to the end/ but this isn't truth and this isn't right.”
(Non sono mai stato sicuro della la parte che recitiamo e del modo in cui siamo. Fingendo di conoscere tutto fino in fondo, ma questo non è vero e non è giusto).

Fino alla rottura radicale (e non casuale) sputata fuori da “Trap”: “I really don't care what you think/ I'm sick of it all. Sick of it all” (Non mi frega di cosa pensi, sono stanco di tutto. Stufo di tutto.)

E’ semplicemente l’inizio di qualcosa di nuovo, si difende la band. Ma la veritá è che il vaso si é rotto in maniera irreversibile, quel delicato equilibrio di talenti e sensibilitá su cui si reggeva il gruppo è andato perduto, Smith ha tentato di rimettere insieme i possibili cocci col piglio fintamente spensierato di uno che si dice disinteressato a convincere gli altri, ma sembra più che altro volere raccontare una favola per convincere se stesso.

E infatti é andata proprio cosí. “Wild Mood Swings” esce il 7 maggio 1996, i Cure scalano le classifiche con le canzonette e diventano mainstream, ma questa delirante accozzaglia di suoni non convince nessuno e il disco si rivela un gigantesco flop commerciale e di critica. I fans, col lutto al braccio, dovranno accettare questo fallimento senza perdere l’amore, sopportare stoicamente il defilarsi dalla porta di servizio d’una delle più importanti band della storia della musica ed attendere 4 lunghissimi anni per vederli risorgere (e chiudere con dignitá) con “Bloodflowers”.

Dimenticate questa triste parentesi.
Quando siete soli, stendetevi sul letto, mettete le cuffie e godetevi “Pictures of You” o “Just like Heaven” o “Killing an arab” o “Boys don’t cry”.
Fate finta che questo album non sia mai esistito e - per darvi prova di ciò - questo post, fra 30 secondi, si autodistruggerá.

- Valentina

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