Dieci anni fa oggi esce "Braver than we are", dodicesimo album del cantante americano Meat Loaf, ultimo disco in studio della carriera sua e del produttore e compositore Jim Steinman, compagno di mille avventure. Steinman ci lascerà ad aprile del 2021 mentre Meat Loaf lo farà nel gennaio successivo, quasi a sugello dell'inseparabile legame fra i due tempestosi personaggi del rock più grandioso e magniloquente. Ma al di là degli aspetti commemorativi, "Braver than we are" è davvero un bel disco per chiudere una, anzi, due carriere.
(disco completo qui: "Braver than we are)
Jim Steinman e Meat Loaf (al secolo Michael Lee Aday) sono tornati. Lo si capisce già dalla fantastica copertina, con il grassone a sinistra e il pianista capellone a destra - di spalle anche per nascondere il segno degli anni, che comunque arrivano impetuosi sotto la forma di quattro cavalieri dell'apocalisse moderni, che inforcano motociclette fantasy. E i due fenomeni non fanno esageratamente gli sbruffoni: il titolo infatti richiama il fatto che, be', per affrontare la morte, la vecchiaia, la malattia, forse bisognerebbe essere più coraggiosi di quanto loro non siano.
E l'invocazione di apertura, "Who needs the young", racconta proprio questo: due rocker attempati che scaracchiano contro la gioventù in un pezzo in cui Meat Loaf canta che le proprie gambe, la propria voce (la propria voce: Meat Loaf suona invecchiato e non spinge più come una volta, ma invecchiato bene come un buon whisky, la voce intorbidita e calda di un anziano gentiluomo che sa ancora farne un uso eccellente, sfruttandola con l'usuale capacità recitativa per enfatizzare la propria stessa fragilità), il proprio cervello, il proprio sesso non sono più quelli di una volta. La canzone è ottima, sovraprodotta, con pianoforte e fiati a dare una atmosfera sospesa fra l'honky tonk e il rhythm and blues sicuramente anomala per il duo. L'intervento alla Queen della chitarra elettrica (bravi in generale i chitarristi Paul Crook e Randy Flowers) poi conduce a un delizioso, sarcastico finale corale.
Il primo brano ci predispone proprio bene, ma il secondo fa ancora meglio: "Going all the way is just the start" è una mini suite che copre un arco di quasi dodici minuti ed è - diciamolo subito - il pinnacolo del disco, capace, grazie all'inestimabile supporto di Ellen Foley e Karla Devito alle voci femminile, di rinverdire i fasti delle opere migliori del duo Aday/Steinman e anche di rinnovarlo. Il pezzo sarebbe adatto come gran finale di una rock opera, col suo incrocio fra i tre cantanti e la sua solennità struggente ed epica verso la fine, in perfetto stile Steinman, con la ripetizione ossessiva dei versi finali per sommergere l'ascoltatore nel rock wagneriano del duo.
"Speaking in Tongues" è una classica ballata pianistica post-springsteeniana, gradevole ma nulla più, forse perché troppo simile ad altre già ascoltate nella carriera dei nostri eroi poco coraggiosi. Purtroppo anche "Loving you's a dirty job" sa di già sentito, anche se tecnicamente realizzata in maniera impeccabile (forse è quello il problema?). "Souvenirs" rialza il livello con una introduzione in cui Meat Loaf sfodera la sua 'nuova' voce invecchiata, prima che il brano esploda in un bellissimo assolo di sax di David Luther e torni poi nelle mani di Meat Loaf, che lo trasforma in un prolisso, lungo finale, colorato quasi di tonalità r&b dalla combinazione di pianoforte, fiati e cori (anche se c'è da dire che otto minuti sono troppi questa volta).
"Only when I feel" è giusto un inciso piano-voce che serve a lanciare "More", canzone che ha elementi hard rock che si allontanano abbastanza dallo standard compositivo di Steinman ma che non convince del tutto, chissà perché poi. "Godz" è forse il brano più sperimentale, caratterizzato da un passo marziale e deciso, da un coro impetuoso e da un pianoforte classicheggiante che combatte per lo strapotere nel pezzo con l'efficace drumming del vecchio compare John Miceli (con Meat Loaf dai tempi di "Bat out of Hell II", 1993).
"Skull of your country" è certamente il pezzo più disturbante dell'album: risulta infatti essere la giustapposizione di una idea melodica del tutto nuova con elementi presi da "Total Eclipse of the Heart" (composta molti anni fa proprio da Steinman per Bonnie Tyler). Davvero difficile stabilire se il mashup sia più artificioso o riuscito, nonostante l'ottima voce della cantante Cian Coey, ma di certo ci vorranno parecchi ascolti prima che l'impressione che ci sia qualcosa di fortemente sbagliato in questa composizione svanisca.
Anche "Train of Love" conclude l'album in tono un po' minore: è un brano svelto e orecchiabile con un bell'inciso tra ritornello e strofa, e un bell'assolo finale; però posto in chiusura non rende forse appieno. Ancora una volta spunta fuori la fascinazione dei due con i Queen, dato che il ritmo della canzone ricorda vagamente "Breakthru" (tratta da "The Miracle", loro disco del 1989).
Che possiamo dire nel complesso dell'ultima prova di Meat Loaf e Jim Steinman? È molto difficile dare un giudizio obiettivo all'album: da un lato il duo tenta strade sicuramente meno percorse, invece di concentrarsi sul prediletto rock wagneriano, con risultati buoni ("Who needs the young", "Souvenirs") e meno buoni ("More"); dall'altro lato, il rock wagneriano che ci aspettiamo dai due è quello a cui noi più aneliamo, e quando arriva ci regala la perla più preziosa del disco ("Going all the way is just the start"). Difficilissimo per un fan capire se sta sopravvalutando per amore di nostalgia un brano 'vecchio stile', o se sta sottovalutando le novità apportate nella produzione di Meat Loaf, oppure, infine, se la seconda metà dell'album sia in effetti davvero inferiore alla prima.
Sia come sia, l'album chiude la carriera dei due antieroi del rock americano. Il mondo è stato sicuramente diverso, grazie alla loro presenza e, nonostante le pose apparentemente tragiche ed eroiche, molto più divertente. Se per il loro riferimento Freddie Mercury si potevano scorgere le lacrime sotto alla risata del guitto, qui, sotto la maschera del dramma, i due attori nascondono risate fino alle lacrime.
- [...]
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
ARTISTI IN ORDINE ALFABETICO: # -- A -- B -- C -- D -- E -- F -- G -- H -- I -- J -- K -- L -- M -- N -- ...
-
ARTISTI IN ORDINE ALFABETICO: # -- A -- B -- C -- D -- E -- F -- G -- H -- I -- J -- K -- L -- M -- N -- ...
-
Il 25 settembre marcava il compleanno del cervelloticamente titolato "1.Outside: The Nathan Adler Diaries: A Hyper Cycle", ventesi...

Nessun commento:
Posta un commento