domenica 10 aprile 2022

Jethro Tull: "Broadsword and the Beast" (1982)

Esce il 10 aprile di quarant'anni fa "Broadsword and the Beast", album dei prog rocker britannici Jethro Tull che rinverdisce i fasti del folk rock progressivo di fine anni settanta integrandolo positivamente con i nuovi sintetizzatori e suoni più freschi di chitarra, basso e batteria. Esperimento riuscito, ma lasciato a metà e compreso nelle sue potenzialità solo quando, molti anni dopo, usciranno tutti i brani scartati dalle sedute di registrazione - l'ascolto completo delle sessions vale almeno il doppio di quello dell'album originale singolo!



(tutti i brani delle sedute di registrazione qui: https://tinyurl.com/ymfbfedd)

Dopo l'ondivago "A" (1980) e il successivo tour, i Jethro Tull cambiano formazione un'altra volta, alla ricerca di una stabilità che sarà sfuggente per più di un decennio. Al fianco del cantante, flautista e leader Ian Anderson troviamo il fedelissimo Martin Barre alla chitarra e il bassista Dave Pegg, unico punto fermo per tutti gli anni ottanta oltre ai due sopracitati. Completano l'organico i nuovi Gerry Conway, batterista veterano della scena folk rock britannica, e il tastierista Peter-John Vettese, destinato a diventare un sessionman e produttore richiestissimo dopo avere lasciato il gruppo.

"Broadsword and the Beast" è l'ultimo disco classico dei Jethro Tull, ed è, molto più di "A", il riuscito seguito ideale della trilogia folk di fine anni settanta del gruppo ("Songs from the Wood"/"Heavy Horses"/"Stormwatch"). L'album non tradisce le radici storiche del gruppo - progressive rock, folk rock, rock blues - ma le integra con un tocco lievemente più moderno, che ritroviamo nel suono di chitarra di Barre, nelle tastiere di Vettese, nell'uso parco di pad elettronici di Conway, nel basso di Pegg, capace di passare da una plettrata spigolosa al fretless.

Nel complesso il disco è più che buono, ma già nel 1988, sei anni dopo l'uscita dell'album, iniziano le perplessità e i rimpianti riguardo alla sua pubblicazione. Emergono infatti man mano, prima nel box set "Twenty Years of Jethro Tull", poi nel 1993 nel doppio di inediti "Nightcap", numerose tracce incise e poi scartate da "Broadsword and the Beast", sufficienti per un intero altro LP di materiale inedito. Se i Jethro Tull e la loro casa discografica avessero avuto il coraggio di pubblicare il primo e unico doppio LP della loro carriera, avrebbero firmato un quasi-capolavoro, non solo un buon disco ma qualcosa che per quantità e qualità avrebbe potuto rivaleggiare magari non con i loro due-tre album migliori, ma collocarsi appena sotto. Parliamo di ben 25 brani, solo 10 dei quali pubblicati originariamente su LP il 10 aprile del 1982.

Cominciamo dai brani del disco così come è stato pubblicato all'epoca: essi si dividono in tre blocchi, un primo di pezzi quasi indistinguibili dalla tradizione folk del gruppo negli anni precedenti, un secondo gruppo di brani di orientamento più progressive e hard rock, e infine alcuni brani dalla struttura e dagli arrangiamenti più moderni, con maggiore uso di sintetizzatori e percussioni elettroniche. Liricamente, il gruppo si avvicina alle atmosfere dell'hard rock epico e del progressive fantasy nella tradizione di Cirith Ungol, Uriah Heep e Hawkwind, come si vede anche dalle splendide illustrazioni di copertina realizzate dall'americano Iain McCaig.

La valida "Beastie" apre il disco con un immediato assaggio di modernità, grazie ai sintetizzatori intrusivi di Vettese e ai suoni elettronici della batteria di Conway, mentre la chitarra di Barre e il basso di Pegg tengono un piede del gruppo nell'hard rock, incluso un breve ma intrigante assolo. "The Clasp" è invece un brano molto più vicino in spirito al prog folk anni settanta, con l'uso del mandolino e del flauto che si incastra con tastiere moderne, in cui spicca una splendida figura ritmica di Conway negli interludi strumentali.

Completano il gruppo dei pezzi più elettronici "Flying Colours", introdotta dallo splendido pianoforte di Vettese prima di trasformarsi in un synth prog dal taglio moderno, e soprattutto "Watching me watching you", denso intersecarsi di sintetizzatori e flauto su un tappeto percussivo di notevole interesse, tanto brillante quanto probabilmente indigeribile al fan medio del gruppo.

Alle canzoni prog folk afferiscono invece le stupende, semiacustiche "Fallen on hard times", con Barre che colora il brano con una eccezionale prova alla bottleneck, e "Slow Marching Band", forse la migliore canzone del disco tutto, elegiaca, malinconica, epica.

Tra i brani più vicini alle radici prog stanno invece tre pezzi della seconda facciata, "Broadsword" (un canto di battaglia ispirato melodicamente alla tradizione musicale scozzese, il cui principale difetto è di contenere, costringere possibili slanci - come l'ahimè troppo breve duello solista fra Barre e Vettese - nella inadeguata lunghezza di una canzone standard), "Pussy Willow" (pensosa ballata sospesa fra il folk acustico della strofa e il crescendo hard rock del ritornello) e soprattutto la strepitosa "Seal Driver", alla quale per fortuna il gruppo dedica il tempo appropriato a svilupparne introduzione, strofe e contenuto, inclusi i 50 secondi di assolo di Barre, chiaramente influenzato e ringiovanito dalla NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal). Conclude il disco la brevissima "Cheerio", che diverrà anche il saluto finale dei concerti di molti tour dei Jethro.

Veniamo ora ai ben quindici pezzi lasciati fuori da questo disco, una vera e propria collezione di chicche indispensabili al 'tullster' più fanatico, ma con diverse canzoni interessanti anche per l'ascoltatore occasionale.

I brani rilasciati nel 1988 sono "Motoreyes", hard rock per mandolino e flauto; la complessa "Jack Frost and the Hooded Crow", dalle armonie vocali intricate, che ci riporta brillantemente alle stesse atmosfere di "Songs from the Wood" (1977); il capolavoro "Jack-a-lynn", folk rock progressive nella tradizione delle ballate acustiche di Anderson, caratterizzato da uno dei crescendo più riusciti della loro carriera, anche grazie a un'altra ottima prova di Conway; il folk fiabesco di "Mayhem, Maybe", ancora una perla per tin whistle, mandolino, chitarre e percussioni acustiche (qui la voce di Anderson è stata sovraincisa nel 1988 stesso, e infatti risulta già affetta dalla perdita di estensione e timbro che danneggerà il cantante a partire dal 1985); l'hard rock "Overhang", che mischia brillantemente chitarre taglienti e flauto; la sarcastica "Down at the end of your road" (nella quale però la scelta dei suoni e della figura di batteria appare per una volta inadeguata alla canzone); e "Rhythm in Gold", con Pegg e Conway capaci di costruire una ritmica sensazionale su un brano dal vago, disturbante sapore di dissonanza.

In questo pacchetto, gli unici brani non all'altezza sono forse "Too many too", un tempo medio niente affatto entusiasmante affossato da una ripetitività che denota forse una mancanza di sviluppo adeguato, e "I'm your gun", con un controcanto sciocco e distorto elettronicamente che danneggia il tema interessante delle liriche (sulla guerra e l'uso privato e pubblico delle armi da fuoco).

Nel 1993, sulla collezione di inediti "Nightcap", emergono altri brani di livello mirabile: l'epico hard folk di "Crew Nights", che paragona la vita in tour di un gruppo e dei propri collaboratori a quella di una nave sulle rotte oceaniche; "The Curse" nasconde dietro alla musica apparentemente tragico-eroica la storia delle tribolazione di Gladys, tredicenne impreparata all'arrivo delle prime mestruazioni; "Commons Brawl", che prende in giro la politica britannica con benevola ironia; il rock pensoso e solenne di "Drive on the young side of life".

Anche qui un paio di pezzi convincono meno, come la tediosa "No Step" e la dire-straits-iana "Lights out", che prosegue i bizzarri esperimenti lirici di Anderson in queste sessions: qui il cantante descrive infatti le paure di un bambino quando i genitori gli spengono le luci per andare a dormire.

"Broadsword and the Beast" è l'ultimo disco dei Jethro Tull in cui si ravvisa in maniera chiara il lessico musicale classico di Ian Anderson e sodali. Questo è un aspetto positivo soprattutto perché la nuova formazione e la produzione di Paul Samwell-Smith, ex-bassista degli Yardbirds, fanno scelte moderne in cui si privilegia però l'integrazione delle nuove idee nelle vecchie sonorità. Questo approccio verrà abbandonato sia nell'overdose tecnologica del 1983-1985, sia nella direzione anti-progressive della fase successiva.

Il vero rammarico che lascia l'ascolto dell'album è che non si sia avuto il coraggio di farne un doppio, perché solo l'ascolto di tutto il materiale disponibile riesce a mostrare il livello di maturità compositiva ed esecutiva raggiunto dal quintetto, e l'estensione e varietà dei territori musicali esplorati. Si fosse deciso di proseguire lungo questa strada, il futuro dei Jethro Tull negli anni ottanta e novanta sarebbe potuto essere diverso e, sia detto francamente, probabilmente migliore.

- Prog Fox

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