Trent'anni fa oggi esce "Wish", nono album degli inglesi Cure. Numero #1 nelle classifiche britanniche, #2 in quelle americane, #7 in Italia, il disco è il maggiore successo commerciale del gruppo di Robert Smith, e contiene brani leggendari della loro produzione come "Friday I'm in love" e "A Letter to Elise". Rispetto alla cupezza di "Disintegration", Smith & soci si sono rialzati dalla polvere e capitalizzano l'integrità mostrata negli anni ottanta nel momento in cui trash, grunge e rock alternativo stanno riportando le chitarre al centro del mercato.
(disco completo: https://tinyurl.com/mpauc9wf)
Dopo "Disintegration", certamente uno dei massimi relativi (se non il massimo assoluto) della loro carriera, i Cure passano quasi tre anni impegnati in tour e poi in studio per la realizzazione del seguito di quel fortunato magnum opus. Provenendo da una fase della carriera molto positiva sia in termini di risultati artistici che di apprezzamento di critica e pubblico, e con un nucleo solido di musicisti dediti alla causa (Porl Thompson alle chitarre, Simon Gallup al basso, Boris Williams alla batteria), Robert Smith e i suoi sodali, ai quali si aggiunge il chitarrista Perry Bamonte, concepiscono un disco che abbandona la luce disperata del suo predecessore.
Disintegrazione, pornografia, morbosità e claustrofobia sono così accantonate in favore di brani dai quali emergono speranza, amore per la vita e quello che la rivista Rolling Stone chiamò 'l'unica forma di ottimismo che ha senso', qualunque cosa sia esattamente quel senso di positività nonostante tutto, di cantare sotto la pioggia, di sole che emerge dall'oscurità, che si respira in capolavori come "Friday I'm in love" o in versi come 'I've never been so colourfully-see-through-head before, I've never been so wonderfully-me-you-want-some-more, and all I want is to keep it like this' (da "From the Edge of the Green Deep Sea", nella quale Robert ci racconta quanto abbia paura che tutto questo finisca).
Scettici e fan della prima ora possono storcere il naso davanti a questo apparente tradimento dei valori goth del gruppo, o alle vendite clamorose che il disco otterrà quando viene pubblicato il 21 aprile del 1992. Ma in realtà non sono i Cure a essere cambiati, bensì i valori commerciali del tempo: Smith e soci proseguono con le chitarre riverberate e il feedback rumoristico che ora sta andando di moda grazie ai My Bloody Valentine e al grunge che arriva da Oltreoceano, al revival delle sei corde e della musica suonata rispetto al delirio sintetico degli anni Ottanta o al primitivismo macho dell'hair metal, ma i Cure li impiegavano già almeno da "The Head on the Door" (1985) e si limitano a perseguirli con coerenza nel nuovo decennio.
È l'integrità che in questo modo si sono costruiti i Cure in oltre un decennio di carriera eccezionale che danno quel senso di autenticità al disco che evita anche ai momenti più pop di sembrare artificiosi. In "Friday I'm in love" i Cure tracciano il simbolo di questa nuova fase della loro vita, aiutati anche da un errore in fase di riproduzione in studio che alza di mezzo tono tutto il brano, colpendo Smith come un macigno con il senso di vitalità che scaturisce da questa accelerazione della canzone. Il carpe diem energico della fantastica "Doing the Unstack", o un testo come quello di "Trust" e i suoi archi sintetici, non sarebbero stati possibili in un disco precedente del gruppo, e anche la romantica "A Letter to Elise" è una riscrittura adatta al loro nuovo stato emotivo di un classico come "Pictures of You", di cui ruba accordi e linee vocali.
Naturalmente non è che tutto l'orizzonte personale e spirituale dei Cure sia improvvisamente diventato positivo: "Open", la prima traccia del disco, ci ricorda che dentro al petto di Robert Smith dimorano ancora l'ansia e l'agorafobia; "Apart", nella chiave stilistica più letargica del gruppo, contrasta le numerose canzoni sull'amore e la fiducia con la storia di due innamorati che si stanno perdendo; e sull'album trova posto anche la disperazione di "Cut", nella quale i musicisti si guardano attorno e assimilano sonorità tratte dalla scena di Madchester e dal nascente brit pop.
Sebbene, a onor del vero, alcune canzoni sarebbero essere potute accorciate ("Apart", "From the edge of the deep green sea"), vista la lunga durata del disco (65 minuti), il momento particolarmente ispirato del gruppo è testimoniato dalla realizzazione di un ulteriore EP di quattro tracce tratte dalle stesse sedute di registrazioni, "Lost Wishes", distribuito direttamente via ordine postale. Le danze si chiudono con un ulteriore strepitoso tour-de-force, la beatlesiana, psichedelica e appropriatamente titolata "End".
"Wish" è un disco splendido, sebbene non possa rivaleggiare con il capolavoro che era "Disintegration". Se ce ne fosse bisogno, dato che gli scettici e i pessimisti pensano che l'arte possa scaturire solo dalla sofferenza, perfino i Cure dimostrano che si può concepire un disco di valore superbo che trae ispirazione da un sentimento di rinascita e di entusiasmo per la vita.
- Prog Fox
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