Il 5 aprile del 2002 viene pubblicato "Quello che non c'è", disco degli Afterhours e primo dopo la partenza del chitarrista Xabier Iriondo. La dimensione delle composizioni di Agnelli si fa più cantautorile, influenzato anche dall'amicizia con Emidio Clementi dei Massimo Volume. Giorgio Prette, Andrea Viti e Dario Ciffo contribuiscono i tappeti strumentali su cui si esibisce la verbosità del leader. Il risultato è un altro disco eccezionale.
(disco completo: https://tinyurl.com/2p85nfbp)
Manuel Agnelli è certamente un uomo ambizioso. I suoi Afterhours, potenza regionale emersa dagli anni ’90 del rock italiano, avevano a inizio millennio un pedigree che non si può che definire aristocratico: dagli esordi in lingua inglese alla svolta italiana di “Germi”, con la sua commistione di stoner, post-grunge, noise rock con la poesia postmoderna all’esperimento pop di “Non è per sempre”, passando dal capolavoro generazionale “Hai Paura del Buio?” e il grande doppio live “Siamo tre piccoli porcellin”. Sempre capaci di coniugare uno stile personale e riconoscibile, sia dal punto di vista lirico che da quello compositivo, ad un’attenzione maniacale al suono contemporaneo, la band doveva però affrontare in quel momento la separazione con Xabier Iriondo, chitarrista fondamentale nel forgiare il suono e l’iconografia degli After. Agnelli non si fa prendere dal panico, anzi si prende in carico tutte le chitarre del disco, oltreché le tastiere, e sostituisce Iriondo con Giorgio Ciccarelli nelle uscite live (Ciccarelli diverrà poi un membro stabile della band per un decennio, segnandone a sua volta la carriera). Completano la formazione il bassista Andrea Viti, il violinista/chitarrista Dario Ciffo, e lo storico batterista Giorgio Prette.
Al passo coi tempi senza sacrificare la propria personalità, dicevamo: “Quello che non c’è” declina il songwriting di Agnelli e compagni verso sonorità (ancor) più cupe, su coordinate affini ai Radiohead e ai primi Muse: già la title-track che apre l’album è un florilegio di feedback psichedelici e violini plumbei a disegnare lo sfondo contro cui un malinconico giro di chitarra può emergere. Anche il testo è virato al nero, nelle sue riflessioni atee tangenti il satanismo. La copertina del disco, raffigurante un palo dell’elettricità che ricorda una croce prossima ad essere colpita da un fulmine, sottolinea la rabbia esistenziale di “Quello che non c’è”, sia canzone che disco. Dopo una coda strumentale rumorista, arrivano i sei minuti abbondanti di “Bye Bye Bombay”: stratificato, dilatato reportage di un viaggio in India con Emidio Clementi (il Mimì invocato nel testo) e pezzo fondamentale della discografia del gruppo, tra saliscendi strumentali e il testo, autentico inno generazionale. Quest’uno-due basterebbe a fare di “Quello che non c’è” un disco definitivo, ma altre sette canzoni aspettano l’ascoltatore: il lato A prosegue con canzoni-canzoni, tra cui la riuscitissima “Varanasi Baby” e le meno riuscite (ma tutt’altro che scarse) “Sulle Labbra” e “Non sono immaginario”. Il lato B invece è una tetralogia di brani fantastici: la ballad “La Gente sta Male” è l’episodio “pop” più riuscito del disco, mentre “Bungee Jumping” offre una variazione sul tema di “Bye Bye Bombay”, con lunghi frammenti strumental-psichedelici a separare i momenti più intensi del disco, per quanto riguarda la voce di Manuel; “Ritorno a Casa” è un reading sullo stile dei Massimo Volume di Clementi, con un testo forse un po’ stucchevole, ma sicuramente “vero” nella sua emotività. “Il Mio Ruolo”, struggente ballad che chiude il disco, immortala invece uno degli episodipiù malinconici del Manuel autore, oltre ad essere una canzone di grandissima intensità emotiva.
Chi scrive considera “Quello che non c’è” il vero capolavoro degli Afterhours, quello in cui l’ambizione “sperimentale” di Agnelli si coniuga al meglio con l’accessibilità di un album rock propriamente detto. “Quello che non c’è” è un disco che vive di vita propria, respira, sanguina e, ovviamente, soffre: mai prima d’allora Agnelli si era immolato per la sua arte, non fino a questo punto; mai più, quando lo farà dopo (in particolare nel seguito “Ballate per piccole iene”) riuscirà a raggiungere gli stessi picchi di intensità e, forse ancor più cruciale, la stessa qualità di songwriting.
- Spartaco Ughi
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