Dieci anni fa oggi usciva "Padania", album degli Afterhours. Encomiabile ma per alcuni non del tutto riuscito tentativo di variare ancora il proprio rock post-grunge, si tratta forse dell'ultima opera di alto livello della formazione milanese. E forse non è un caso che si tratti dell'ultimo disco con il chitarrista Giorgio Ciccarelli e il batterista di sempre Giorgio Prette.
(disco completo: https://tinyurl.com/yptra8fm)
Un quarto di secolo, dieci album, l’autoincoronazione a mammasantissima dell’alt-rock tricolore (ok, ok, in derby coi Marlene Kuntz) e poi il ruolo di chioccia di tanti artisti, culminato nel progetto “Il Paese è Reale” e la di esso promozione a Sanremo. Nel frattempo, è bene ricordarlo, gli Afterhours hanno anche colto l’occasione per firmare alcuni grandi classici della canzone rock italiana (cogliendo fior da fiore, a memoria: “Dentro Marylin”, “Male di Miele”, “Bye Bye Bombay” e “La Vedova Bianca”, e ne mancano tante-tante al novero). A Manuel Agnelli, voce chitarra e tastiere, e al batterista Giorgio Prette, fino a quel punto gli unici membri sempre presenti, ritornava ad affiancarsi Xabier Iriondo, storico ed istrionico chitarrista dei loro anni ’90; completavano la formazione il bassista e cantante Roberto Dell’Era, il violinista Rodrigo D’Erasmo e, last but not least, il chitarrista e compositore Giorgio Ciccarelli, (co)autore di più di metà delle tracce presenti su questo “Padania”.
L’album si inserisce nella scia degli altri lavori della band: canzoni di rock duro e a tratti sperimentale, diviso tra dissonanze noise e sofisticate melodie pop; un rock che, con l’avanzare degli anni, è via via divenuto più cantautorale nei testi mentre rimaneva sempre, invariabilmente, molto ben prodotto (da Tommaso Colliva, in questo caso). A differenziarlo, e renderlo forse un po’ più ambizioso dei suoi pur molto validi predecessori, è una sorta di concept “leggero”, che ne attraversa tutti e quindici i brani: Padania come “stato della mente”, alienazione e perdita di senso estetico prima ancora che etico, perdita di significato e bussola in una terra (o Terra?) che sta diventando sempre più brutta e difficile da salvare. Temi come la libertà personale e la sofferenza sono già presenti nell’opening umbratile di “Metamorfosi”, sentito omaggio alla vocalità di Diamanda Galas (ma anche un po’ a quella di Demetrio Stratos). Ai brani più compiutamente “politici”, come “Costruire per Distruggere”, “Padania” e “Io So Chi Sono”, si alternano momenti più viscerali, come “Fosforo e Blu” e “Spreca una Vita”, canzoni d’amore come “Nostro Anche se Ci Fa Male” e il buon rock radiofonico de “La Tempesta è in Arrivo”. A brillare di più, però, sono i momenti in cui la voglia di sperimentare con dissonanze e strutture inusuali altera canzoni altrimenti canoniche, generando perle rare come “Terra di Nessuno” e “Giù nei Tuoi Occhi”. I due “Messaggi Promozionali” fungono da ironici riempitivi, a sfottere la scarsa considerazioni che i “padani” hanno di qualsiasi cosa non sia monetizzabile. La strumentale “Iceberg”, completamente affidata agli archi di D’Erasmo, serve da intro al finale dell’album, “La Terra Promessa si Scioglie di Colpo”, canzone gemella dell’altra power ballad presente sull’album (la title track) e tentativo di portare a coalescenza tutti i suoi temi, parlando in prima persona con un certo Stefano (che si tratti di Rampoldi, ovvero l’Edda dei Ritmo Tribale?) di come il narratore si trovi vuoto, privo di direzione, ad osservare il collasso di tutto ciò che aveva creduto di costruire.
Ironicamente, gli Afterhours saranno praticamente fatti a pezzi da Agnelli di lì a pochi anni, nel nome di una cosiddetta “rivoluzione” sul cui altare saranno sacrificati Prette e Ciccarelli, non i migliori strumentisti nel proprio ruolo, ma personalità forti e definite (e tocca ribadire il ruolo di Ciccarelli alla composizione di tutti gli album della band, da “Quello che non C’è” in avanti). Ma questa è un’altra storia: “Padania” è un grande disco, tanto nelle musiche quanto nei testi, e fotografa un momento molto difficile della vita del nostro Paese attraverso un titolo brutto, per non dire di merda, ma illuminante. Non avrà la carica rivoluzionaria di “Hai Paura del Buio?” o la grandeur di “Quello che non C’è”, ma resta un pezzo fondamentale della discografia di una delle migliori band della storia d’Italia.
- Spartaco Ughi
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