sabato 19 marzo 2022

Mike Oldfield: "Five Miles Out" (1982)

Usciva il 19 marzo di quarant'anni fa "Five Miles Out", album fondamentale della discografia del chitarrista, bassista & polistrumentista britannico Mike Oldfield. Uno dei suoi migliori album del periodo pop, "Five Miles Out" è un disco di rock progressivo ipertecnologico e sintetico, ipertrofico e brillante, che segna in modo decisivo tutti i suoi lavori di successo di quegli anni, realizzato da una formazione fenomenale che lo accompagna, a partire dalla cantante Maggie Reilly.



(disco completo: https://tinyurl.com/y2uysrbv)

Nel 1981, Mike Oldfield mette in piedi una nuova formazione per portare in tour l'album "QE2". Per la prima volta, al termine del tour, Oldfield decide di realizzare un nuovo album come membro del gruppo, collaborativamente, invece che come solo compositore e strumentista o quasi. I nuovi stimoli portati dai musicisti per quello che di fatto sarà un esperimento più unico che raro della sua carriera funzionano, e il nuovo album, "Five Miles Out", diventa uno dei più riusciti della sua discografia.

Al fianco di Oldifeld troviamo innanzitutto la voce celestiale della scozzese Maggie Reilly, che segnerà i brani di maggior successo commerciale di Mike come la celeberrima "Moonlight Shadow" (1983); poi, il chitarrista-bassista dei 10cc Rick Fenn, il tastierista-percussionista dei Brand X Morris Pert, il tastierista Tim Cross e il batterista Mike Frye (anche attivo come percussionista orchestrale classico). A indicare il rapporto democratico e paritario, e l'importanza dei collaboratori per la riuscita dell'album, al gruppo intero sono attribuite due delle cinque composizioni del disco (tra le quali i tredici minuti di "Orabidoo"), mentre le restanti sono a firma del solo Oldfield.

Il lato A del disco è quello più tradizionale, in cui compare una lunga suite di ventiquattro minuti a firma di Oldfield, "Taurus II", che riprende il titolo da un pezzo di dieci minuti del precedente album. I momenti più intensi del disco sono certamente rappresentati dalle cornamuse irlandesi di Paddy Moloney, leader dei Clannad, maestri del folk irlandese.

Il lato B vede invece il tempo distribuito fra una lunga composizione collettiva, la sopracitata "Orabidoo", uno dei momenti più belli del disco tutto, e tre pezzi più concisi. Nonostante l'assoluto valore del lato A, è il lato B a stupire maggiormente, a mostrare la capacità di integrazione fra i musicisti e il chitarrista titolare, a sfoderare le melodie e gli arrangiamenti più esilaranti. "Family Man", crescendo collettivo entusiasmante su una semplice base di aggressivo power pop, vede Oldfield protagonista di un sontuoso assolo, mentre la Reilly esibisce una prova vocale maiuscola e aggressiva, uno dei tanti momenti del disco in cui emerge la sua incredibile versatilità.

Segue "Orabidoo", progressive rock purissimo, con una introduzione degna della "Xanadu" dei Rush che sfocia poi in un synth prog moderno, dagli aspetti celtici e tribali enfatizzati dalle percussioni elettroniche e dal vocoder di Oldfield. L'atmosfera sognante e commovente sembra aggiornare a un futuro lontano le visioni tecnocratiche e fantascientifiche degli Yes e degli Utopia, con un lento e deciso crescendo che, circa a metà brano, fornisce il la a una trascinante cavalcata sonora a base di pianoforte, tastiere e sintetizzatori, ancora una volta supportato dall'originale dualismo percussivo di Pert e Frye. Una sezione più propriamente settantiana trasporta il pezzo a un finale acustico cantato dolcissimamente dalla celestiale Reilly.

"Mount Teidi" è un meraviglioso strumentale in cui appare come ospite il batterista Carl Palmer (in quel momento ex-ELP e novello Asia); ancora una volta la capacità di Oldfield di evocare atmosfere fiabesche, magiche, con la giustapposizione di giri ossessivi e melodie romantiche, è ineguagliata. L'album si chiude col brano eponimo, altro capolavoro assoluto di prog ultramoderno che sa coniugare cambi di ritmo (con un altro ospite, il batterista Graham Broad), tonalità e atmosfera, virtuosismi vocali e strumentali e modernità tecnologica (batteria elettronica, synth) senza rinnegare in alcun modo il sapore autenticamente progressive del tutto.

Il disco, tolto il singolone "Family Man", è chiaramente rivolto al vecchio pubblico di Mike Oldfield e agli amanti del rock progressivo anni settanta, posto che essi sappiano superare i sudori freddi che a molti di loro causeranno i sintetizzatori moderni, i campionamenti vocali e, soprattutto, i suoni della batteria e delle percussioni. A prescindere da tutto, è il disco che segna i suoi anni ottanta, sebbene, nonostante "Moonlight Shadow" del successivo "Crisis" (sorta di evoluzione di "Family Man"), nessuno dei suoi dischi successivi in questo stile riesca a raggiungerne la perfezione. Merito, senza dubbio, della squadra che Mike ha saputo radunare alla sua corte.

- Prog Fox

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