Il 19 marzo di sessant'anni fa il suo debutto su long playing un ragazzo di Duluth, Minnesota, nato il 24 maggio del 1941 con il nome di Robert Allen Zimmermann, che cambierà legalmente nome in Bob Dylan - nome d'arte e titolo dell'album - pochi mesi dopo. Appena ventenne, Dylan incide solo due delle proprie canzoni, mentre le altre undici sono cover di altri cantautori e brani tradizionali: la vena del menestrello di Duluth non è ancora stata minata.
(il disco completo: https://tinyurl.com/2p998622)
Ora, non è che il primo disco in assoluto di Bob Dylan faccia schifo. Ma è forse peggio: non vuol dire nulla. Ci sono molti punti di vista concordi su questa tesi e - se posso aggiungere il mio personale - quando devi cominciare qualcosa che si trasformerà in una carriera lunga mezzo secolo, forse iniziare malissimo rappresenta un vantaggio tattico.
Non sostengo certo che il Nostro abbia fatto apposta a confezionare una discaccio con sole cover (a parte due canzoni, di cui parliamo dopo), spendere 402 dollari per farlo incidere e sperare di venir seppellito dalle critiche così da ricavare una nicchia nel remoto futuro. Diciamo che ha peccato di immaturità e di eccessiva giovinezza. Cosa che per Bob Dylan è di fatto un ossimoro. Però questo disco è proprio una di quelle robe che ti aspetteresti di sentire in un fienile di Nashville, non certo dentro i sacri studios della Columbia a New York.
Ma per tornare alle colpe per questa cosetta insulta, l’assassino va ricercato altrove; John Hammond, il noto scopritore di talenti musicali tira per la giacchetta Bobby e lo trascina in studio. Sceglie la scaletta delle canzoni, taglia quelle che non gli piacciono e paga i pochi denari per produrre questo esordio folk. Insomma fa tutto lui. Dylan ci mette la sua voce e calca quelli che saranno i suoi marchi di fabbrica: sibila e storpia le consonanti, spesso canta lontano dal microfono, e rende ancora più insopportabili canzoni che in altri contesti sono dei capolavori (si veda "House of the Risin' Sun", sfibrante dopo il trattamento Dylan). Le canzoni sono oggi difficilmente affrontabili per un puro ascolto dilettevole, e non è facile neanche ascoltarle con lo sforzo intellettuale di grattare la superficie per riscoprire un Dylan delle origini; passate oltre e andate su “The Freewheelin' Bob Dylan”, questo è il mio avviso.
Le uniche canzoni di Dylan "Talkin' New York" e "Song to Woody" mostrano in potenza una scintilla di quella grande creatività poetica che lo porterà nell’olimpo dei letterati mondiali, ma vi assicuro che non valgono il prezzo del biglietto.
Rimane qualcosa da salvare? Forse per gli storici e gli accademici, che possono così certificare nella storia l’inizio della grande carriera del Menestrello.
E forse rimane persino qualcosa per quei fontamentalisti del folk pre “Bringing It All Back Home” (ce ne sono ancora?); ovvero prima della grande rivoluzione elettrica del Nostro e del tradimento imperdonabile verso i good-ol’ boys, razza di hillbilly in perenne via d’estinzione ma mai veramente scomparsa, vittime designate della prima grande gentrificazione rock nella storia della musica contemporanea.
- Agent Smith
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