Usciva vent'anni fa ieri "In our gun", terzo album degli inglesi Gomez, diviso a grandi linee fra brani di folk pop acustico e canzoni elettroniche dalla ritmica ballabile. Sebbene considerato uno dei migliori della formazione originaria di Southport, il disco presenta alcune perplessità all'orecchio dell'ascoltatore esigente che ha già amato i primi due lavori del gruppo.
(disco completo qui: https://tinyurl.com/wsmn9wav)
Non era difficile entusiasmarsi per i Gomez, band nata nei sobborghi della amorevole albione, a cavallo dell'ingresso nel nuovo millennio.
La coppia di album di esordio ("Bring it on"/"Liquid Skin") erano un promettente ed affascinante mix di suggestioni blues, tex-mex, rock.
La voce di carta vetro di Ian Ball si incastrava alla perfezione con quella beatelsiana di Ben Ottewell, la sensazione era quella di trovarsi davanti non tanto alla chimerica "next big thing" così ricercata oltremanica, quando ad una splendida ed intrigante realtà, molto ispirata e promettente.
Fosse già entrato in uso corrente del dizionario urbano dell'epoca il termine "hipster", ecco, molto probabilmente il gruppo inglese sarebbe stato
classificato come paradigma perfetto di "hipster band", ma sarebbe stata una schedatura superficiale e assolutamente generalizzante.
I primi due dischi, si diceva, avevano convinto e conquistato, così come le esibizioni live della band e dal terzo atto - anticipato dalla raccolta di b-sides e remixes "Abandoned Shopping Trolley Hotline" - ci si aspettavano conferme e nuove meraviglie.
Ma quando "In Our Gun" esce nel 2002, già dal primo ascolto si percepisce che qualcosa gira non completamente a pieno regime.
Il brano di apertura, "Shot Shot", colpisce e tutto sommato diverte ma il susseguirsi dei pezzi pone all'ascoltatore qualche interrogativo.
La carnalità e l'immediatezza, infatti, conosciuta e amata finora ci arriva come appannata e sovraincisa: non tanto per lo spazio, indubbiamente maggiore, che in questo disco viene dato alla produzione dei pezzi in chiave elettronica.
L'abbandono, che non è comunque totale, della chiave espressiva più rock e chitarristica non è il principale problema, non l'unico almeno. Del resto anche nella coppia di opere di esordio era stato dato spazio non minimo a soluzioni di questo tipo (si ascolti ad esempio il singolo "We Haven't turned Around", di "Liquid Skin").
Viene meno, questo è il punto, l'ispirazione, la freschezza e la necessità dei pezzi. Si ascolti, ad esempio, "The Sound of Sound": vuole essere un gioco di citazioni, di richiami e di suggestioni presi atmosfera west-coast ed in questo riesce, ma lo fa con scarsa personalità.
Quasi che i nostri si siano messi, neanche con troppa voglia, a recitare un copione.
Attenzione, non si vuole stroncare del tutto il disco, che conosce dei momenti più che buoni (la title track, "Army Dub", "Drench", financo la sfiziosa "Ballad of Nice and Easy" che chiude le danze).
E' che la traiettoria che ci pareva fosse stata intrapresa era - almeno così sembrava - diversa. "In Our Gun" rappresenta il più classico dei passi "a lato" nella discografia di una band. Passo mosso in una direzione che vuole essere progressiva, ma che in realtà è soprattutto di assestamento.
"In Our Gun" ci lascia, quindi, a metà del salto: il balzo non è male ma - onestamente - pensavamo e speravamo che si sarebbe arrivati davvero un poco più in là.
- il Compagno Folagra
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