Uno dei dischi più importanti della carriera dei Deep Purple, "Machine Head" esce il 25 marzo di cinquant'anni fa. È un momento topico nella storia della musica hard'n'heavy, che rivela al mondo classici immortali come "Smoke on the Water" e "Highway Star", ma che contiene davvero molto di più, con alcune delle performance più clamorose del gruppo britannico, qui forse al proprio culmine compositivo.
(disco completo: )
Dopo due dischi come "In Rock" (uno dei dischi fondanti dell'hard rock moderno) e "Fireball" (ingiustamente sottostimato capolavoro eclettico del gruppo), i Deep Purple entrano in studio di registrazione ancora brucianti di sacro fuoco creativo.
Ma quale studio di registrazione? I membri fondatori Ritchie Blackmore (chitarra), Jon Lord (organo) e Ian Paice (batteria) e i due che completano la formazione classica, Roger Glover (basso) e Ian Gillan (voce), decidono di andare a registrare a Montreaux, in Svizzera, sul lago di Ginevra, dove lavora Claude Nobs, loro amico e fondatore del Montreaux Jazz Festival, uno dei cartelloni musicali più importanti del secondo Novecento. I Deep Purple noleggiano lo studio di registrazione mobile dei Rolling Stones, sensazionale macchina che ha sfornato dischi sensazionali, e con l'ingegnere del suono Martin Birch si insediano nel Casinò di Montreaux, che sta per chiudere per la stagione invernale e sarà un perfetto luogo dove incidere quasi in presa diretta, per cercare di catturare al meglio l'incendiario suono dal vivo della formazione.
Le incisioni devono iniziare il 6 dicembre, ma il 4 dicembre, durante un concerto delle Mothers of Invention di Frank Zappa, il casinò va a fuoco, e il gruppo assiste all'incendio dalle sponde del lago. Nasce così "Smoke on the Water", probabilmente la canzone più famosa dei Deep Purple e uno dei riff più famosi della storia, ispirato a Ritchie Blackmore dall'esordio della Quinta Sinfonia di Beethoven.
Claude Nobs sposta allora il gruppo prima al Teatro Pavillion, dal quale viene però cacciato per le proteste dei vicini, e infine al Grand Hotel, anch'esso vuoto essendo fuori stagione. Lì il gruppo incide in presa diretta, ma la grande distanza fra l'unità mobile di controllo messa all'aperto e la sala dove registrano, oltre al freddo all'aperto, li scoraggia dal correre avanti e indietro per sentire ogni singola incisione, forse contribuendo alla schiettezza e feroce immediatezza del suono.
"Highway Star" apre il disco con una meraviglia hard rock condotta dal basso di Glover e dall'organo di Lord, sul quale si innalzano le urla vorticose di Gillan, per poi gettarsi su due illuminate sezioni strumentale neoclassiche, una a cura di Lord e una a cura di Blackmore, che avranno influenze enormi su tanto metal anni ottanta e novanta. La brillante "Maybe I'm a Leo" porta il gruppo in direzione hard funk/hard blues, costruendo una originale variazione su tematiche musicali care ai Led Zeppelin.
"Pictures of Home" prosegue la ridda di canzoni incredibili: si apre con la fenomenale batteria di Paice, prima del riff di chitarra che sa incrociare hard rock e power pop malinconico in maniera originale ed esilarante, mentre Gillan da Montreaux scrive liriche che evocano la nostalgia di casa e Glover completa la meraviglia con un esaltante assolo di basso. "Never Before", dalla strofa troppo cock rock per essere efficace, spreca un po' il potenziale enorme dell'introduzione hard funk alla "Maybe I'm a Leo", del ritornello alla Traffic, del ponte quasi malinconico, della sezione strumentale alla Who.
La già citata "Smoke on the Water" apre il lato B con il pezzo di maggior successo della storia del gruppo, #4 in classifica negli Stati Uniti e #2 in Canada, un riff di chitarra hard su tempi medi della batteria con un hi-hat dalla immortale memorabilità. Concludono un album incredibile altre due canzoni incredibili, i sette minuti dell'epica "Lazy", che sbrodola progressivamente su terreni jazz e blues con un Lord immenso, e l'hard rock fantascientifico "Space Truckin'", che percorre in modo originale e feroce gli stessi sentieri cosmici di Hawkwind, Pink Floyd, Grateful Dead e Yes.
Uno dei massimi dischi di hard rock degli anni settanta, disco influente in maniera incredibile, reso leggendario anche dalle circostanze della sua composizione e incisione, "Machine Head" potrebbe essere il più grande prodotto su vinile realizzato dai Deep Purple. Lo stato di grazia della formazione verrà testimoniato dal successivo tour, dal quale verrà tratto "Made in Japan", uno dei più grandi dischi dal vivo della storia del rock.
- Prog Fox
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