lunedì 14 febbraio 2022

Stato Sociale: "Turisti della Democrazia" (2012)

Usciva dieci anni fa oggi "Turisti della Democrazia", primo album dei bolognesi Stato Sociale, gruppo che si collocava nella zona della poetica autoironica e sarcastica dell'indie italiano, che comprendeva tra gli altri, pur tra le individuali differenze, Edipo e i Cani. Un album brillante e dalla rabbia ben indirizzata ma, a conti fatti, vista la fine del complesso, probabilmente i suoi meriti sono più attribuibili al clima del momento che al valore di un gruppo che ha fatto strame di tutto ciò che cantava senza guardarsi indietro.



(disco completo QUI)

I primi anni dieci furono un periodo ancora vivo per la musica, non solo italiana. Imperavano gli indie e tutti indossavano camicie di flanella anni novanta, e sembrava che tutti si fossero innamorati del folk rock intellettuale, dei gruppi neo post punk e del synth revival anni ottanta. Non era più vietato mettere insieme sintetizzatori e chitarre acustiche con testi alternativamente romantici ed introspettivi oppure sarcastici e pieni di noia esistenziale. In retrospettiva, tutto ciò avrebbe contribuito alla morte della musica come fenomeno pop, in particolare per la vacuità dei partecipanti al progetto. Le avvisaglie c'erano soprattutto in quella che presto sarebbe emersa come la generazione più priva di autoironia della storia, come si può vedere da ciò in cui si è trasformato l'attivismo politico odierno, i suoi interessi correnti e i suoi eroi.

In questo clima, pervaso dalla fine dell'era berlusconiana e dai disperati colpi di coda di Silvio per riprendere il potere, essere indie coi camicioni significava anche essere di sinistra, ma c'era già la percezione della immensa pochezza dei rappresentanti di quella parte politica, per cui si era tornati a vivere come farsa l'epoca del "né col piddì né con Silvio". Ma tutto ciò si sarebbe sciolto come neve al sole di fronte alla minaccia grillina: si sarebbe stati sia col piddì che con Silvio.

A ogni modo tutto questo è rappresentato perfettamente dalle canzoni del primo album dello Stato Sociale, soprattutto le più riuscite, quelle caratterizzate da un graffiante sarcasmo nei confronti della scena tutta, dei giovani, dei meno giovani, dei destronzi e dei sinistronzi. E allora ben vengano "Quello che le donne dicono" e "Mi sono rotto il cazzo", mentre "Sono così indie" risulta troppo scontata per essere efficace.

Più musicali e meno ideologiche, ammesso che questo termine abbia senso, le valide "Amore al tempo dell'IKEA" e "Seggiovia sull'oceano", che introducono uno stile quasi minimalista di ripetizioni verbali ad libitum non del tutto spiacevole lungo il corso anche di altri brani meno memorabili.

La storia successiva dello Stato Sociale è piena di amarezza, come de personaggi più miseri delle serie americane. Il seguito dell'album, "l'Italia peggiore", copia carbone del primo, è un flop, le idee scarseggiano, il clima culturale dell'Italia post-berlusconiana spinge per un grigiume e un'aria di compromessi e mediocrità che il gruppo abbraccerà pienamente, reinventandosi come una party band per trentenni invecchiati precocemente, sorrisi ebeti e posticci, sardinismo superficiale e vecchie che ballano a Sanremo. Incarnando pienamente tutto ciò che avevano denunciato in questo disco leggero e implacabile. A vent'anni vuoi fare la rivoluzione, a venticinque ti sei già venduto ad Amadeus.

- Prog Fox

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