Esce oggi "Dwellers of the Deep", album dei retro progger norvegesi Wobbler. Un disco dal sapore di un passato epico, basato principalmente sul suono di Genesis, Yes e Gentle Giant, ma con un indiscutibile tocco personale, che sa di sogni cthulhiani nei boschi e nei laghi della Scandinavia.
(il disco completo si trova qui: https://tinyurl.com/y29ka4rx)
(l'album si può acquistare qui: https://tinyurl.com/y6h4chqm)
Dopo più di vent'anni di attività e quasi un decennio con la stessa formazione a cinque, la pubblicazione del quinto album dei Wobbler non dovrebbe sorprendere nessuno - né per il livello qualitativo né per l'omogeneità e coerenza nella proposta musicale. Più che al quarto album "From Silence to Somewhere", "Dwellers of the Deep" somiglia a "Rites of Dawn", terzo e forse migliore prodotto dei seguaci del vintage o retro prog, ovvero di quella modalità di neo progressive che si prefigge di registrare album ispirandosi (o addirittura usando) solo a tecniche e strumenti disponibili negli anni '70, quando i gruppi ai quali si rifanno sfacciatamente hanno prodotto i massimi capolavori del genere.
Che l'album abbia poco di nuovo da dire in termini musicali è evidente già da questa definizione: ma concentrandosi su un manierismo mai cinico, i cinque norvegesi dimostrano di essere ispirati e capaci di costruire narrazioni affascinanti pur in una cornice relativamente ristretta. E perché no? Non si giocano giochi troppo diversi in molti generi nei quali si finge di non riciclare costantemente stili e melodie - e di questo almeno i Wobbler non possono essere accusati, perché l'ispirazione musicale viene decomposta e ricomposta in modi assolutamente personali.
Così non ci imbarazzano le affinità del basso di Kristian Karl Hultgren a Chris Squire degli Yes, o del tastierista Lars Fredrik Frøislie a Rick Wakeman e Tony Banks (anche se non mancano scelte che rimandano maggiormente a suoni del prog di metà anni settanta), o ancora della voce di Andreas Wettergreen Strømman Prestmo a quelle degli Yes, forse più simile a quella dell'indimenticato Chris Squire che a quella del cantante Jon Anderson.
La musica dei Wobbler è sufficientemente complessa, e rifugge facili ritornelli, da richiedere una attenzione superiore alla media per essere seguita. È musica assolutamente narrativa, che fluisce in uno sviluppo del tutto privo di linearità ma che non manca di melodie, passaggi strumentali memorabili e riff di chitarra (Marius Halleland e Strømman Prestmo) e tastiere notevoli - anzi, se c'è un limite al disco tutto è che le tante belle melodie durano troppo poco per non ritornare poi più. Ma questa ricchezza si traduce nella possibilità, anzi nella necessità, di ascolti ripetuti e fruttiferi.
I tredici minuti della fantastica "By the Banks" racchiudono un po' il senso musicale di tutto l'album, offrendosi di spiegare l'idea di fondo che lo sottende tra una melodia e un'altra. Nella dinamica "Five Rooms" il gruppo si lascia trascinare in una cavalcata a briglia sciolta dalla batteria sferzante di Martin Nordrum Kneppen, e fra le influenze troviamo anche lo spazio per un arioso organo canterburyano che ci porta in territorio Caravan/David Sinclair.
"Naiad Dreams", il brano più breve, rievoca le atmosfere fiabesche di certi brani degli Yes e dei Camel a metà anni settanta, ed è una pausa forse non indispensabile ma tutto sommato piacevole che interrmpoe il fluire impetuoso dell'album. Conclude il disco la suite "Merry Macabre", che aggiunge al senso di urgenza e dinamismo dei primi due brani un inquietante tocco cthulhiano, un sapore di bosco percorso da venti alieni che, a ripensarci, si sentiva già dall'inizio dell'album ma che qui diventa impossibile non avvertire con una certa inquietudine.
"Dwellers of the Deep" non percorre strade innovative, ma non si prefigge nemmeno di farlo. È un album totalmente adeguato agli obiettivi prefissati dal gruppo, e colpisce totalmente nel segno. Se siete amanti del prog vecchia maniera e ne cercate di fresco e ottimamente concepito, i Wobbler sono il gruppo che fa per voi.
- Prog Fox
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