sabato 24 ottobre 2020

Orchestral Manoeuvres in the Dark: "Organisation" (1980)

Veniva pubblicato oggi, il 24 ottobre del 1980, "Organisation", secondo album del gruppo new wave/synth pop inglese degli Orchestral Manoeuvres in the Dark, che come singolo di lancio aveva la celeberrima "Enola Gay". La grafica del disco venne curata dal grande Peter Saville. Per "Organisation", il tastierista Paul Humphreys e il cantante-bassista Andy McCluskey reclutano a tempo pieno il batterista Malcolm Holmes, che già aveva collaborato al disco d'esordio della band.



(il disco completo si può ascoltare qui: https://tinyurl.com/y4nrgt7u)

“Enola Gay” è una canzone che conosciamo tutti, e che (pressoché) tutti siamo capaci di associare precisamente con il periodo storico degli 'anni 80', in generale, come se un decennio fosse breve e omogeneo. “Enola Gay” è anche, senza dubbio, la killer-hit degli Orchestral Manoeuvers in the Dark, la band che l’ha messa al mondo in svariati milioni di copie, di cui cinque solo all’uscita.

Quella che molti consideraranno una canzonetta scema ha un’importanza capitale, per aver epitomizzato una delle rivoluzioni più profonde attraversate dalla musica del secondo ‘900, ovvero l’ingresso definitivo dell’elettronica nella musica di massa. Non tanto nella musica pop/rock (perchè quello è stato il lavoro di quel disco dei Floyd di cui sono sicuro conoscete il nome), né nelle discoteche (perchè Giorgio Moroder, tra gli altri, ci aveva già pensato qualche anno prima), ma nell’immaginario collettivo: nell’heavy rotation delle radio, nelle televisioni, nello zeitgeist. Non è la nascita del synth-pop, ma è il battesimo ufficiale, la prima uscita pubblica.

“Enola Gay”, questo “Organisation” che è l’album di cui vi scriviamo qui, e per estensione l’intera carriera degli OMD, sono anche profondamente incompresi. Gli OMD sono stati i primi artisti synth-pop di vero successo, pur essendo distanti anni luce dall’immaginario da boy band superficiale che il genere si porta dietro come una lettera scarlatta. McCluskey e Humphreys, i dioscuri della formazione, vengono infatti da un background fatto di sperimentazioni sulla scia dei Kraftwerk portate avanti con strumenti di recupero, con una filosofia più tangente al DYI del dark-post-punk che, per dire, all’allure epico degli Ultravox.

Se citiamo il dark e il post-punk (cioè i Joy Division), è anche perchè tutto “Organisation”, incluso il suo pluricitato opening, è un disco a tinte fosche. Il suicidio di Ian Curtis, che il duo al comando conosceva personalmente, era avvenuto pochi mesi prima l’uscita (probabilmente durante le registrazioni) di quest’album. Brani come “Stanlow” e “Statues” sono eredi (un po’ meno funerei, certo) delle atmosfere plumbee di “Closer”, e in generale tutti i testi sono intrisi di tinte scure (incluso quello di “Enola Gay”, che parla di bombardamenti atomici, come i più storiograficamente avveduti di voi potranno aver già sospettato). Quindi c’è qualcosa di più, nel lavoro degli OMD e in particolare in questo disco, che non la semplice hit di una canzone che è, praticamente, ormai un meme.

Tra prototipi synthpop come “2nd Though” , “The Misunderstandings” e il filler “Promise”; tra idee sorprendentemente moderne come “VCL XI”, che potrebbe essere contrabbandata su uno o più dischi dei Metronomy senza destare troppi sospetti nelle dogane, e il retrofuturismo di “Motion and Heart”, questo è un disco di importanza capitale che continua egregiamente il discorso del suo predecessore e mette a segno un successo che è il segno di un cambiamento d’epoca, nel rock e non solo.

E comunque “Enola Gay” è un pezzone, un cazzo di pezzone come pochi, ed è statoscritto da un paio di sbarbatelli sbandati, che poco più di un anno prima la sua uscita stavano pasticciando con sintetizzatori di recupero e che non potevano credere, letteralmente, di avere un contratto discografico con una label credibile. Complimenti vivissimi, a quarant’anni di distanza.

- Spartaco Ughi

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