Veniva pubblicato quarant'anni fa oggi "Boy", il primo LP di una formazione new wave di Dublino nota come U2. Paul "Bono Vox" Hewson, David "The Edge" Evans, Larry Mullen Jr e Adam Clayton avrebbero fatto strada.
(l'album si può ascoltare per intero qui: https://tinyurl.com/y54m38wu)
La gioventù è una parentesi. E’ uno stato anagrafico, certo, ma anche un posto dell’anima. Transitorio, momentaneo; una parentesi, appunto.
Un albero che dà frutti solo in una stagione e poi: basta.
Quattro ragazzi di 16 anni, forse il più grande ne ha 18 scarsi. Dublino, la nebbia, il fuoco di quella parentesi gloriosa e di quei frutti appena maturati di cui si parlava prima. Il cuore che brucia, non si sa ancora di cosa ma brucia: forse di poesie lette, di messe ascoltate, di canti religiosi, di libri aperti e sfogliati con ansia e voglia di capire cosa ci sia oltre il fiume, oltre il mare, oltre l’oceano.
Accordi usciti male su una chitarra rotta, su un basso di cui si ignorano la logica e la metrica ma che suggerisce possibilità, idee, emozioni.
Quattro ragazzi di 16 anni, forse il più grande ne ha 18 scarsi. Persi in una città troppo grande e troppo piccola per loro, che si guardano come da fuori, come si vedrebbero – rivolgendo verso di sé lo sguardo - al compiere della maggiore età, se non anche più tardi.
E guardandosi capiscono benissimo che quel momento, quella fioritura va celebrata per quello che è: un meraviglioso ed effimero istante, un attimo da celebrare per quello che è e per quello che, in un breve giro di orologio, non sarà più.
“BOY” è questo: è una fotografia mossa, ma perfettamente leggibile, di una pulsazione grezza, di un momento confuso ma messo invece completamente a fuoco.
Quanti poeti, santi, musici, navigatori son riusciti a raccontare il fuoco indimenticabile della gioventù in modo così urgente e necessario come questi quattro liceali dublinesi? Non tanti, non tantissimi a nostro dire.
Boy è un disco che è completamente racchiuso in una urgenza comunicativa, in una necessità quasi animale di urlare al mondo la propria presenza, di correre sui confini in cui si è costretti per dire: “siamo qui, siamo vivi e celebriamo la vita, la lodiamo ma ne abbiamo anche paura, ne conosciamo gli attimi, il qui e ora ma anche il senso di decadenza in cui la gioventù è immersa; e quello che abbiamo davanti ci emoziona e ci spaventa”.
Come un istinto tribale, come una controllatissima perdita di controllo: picchiare sui tamburi, sulle corde delle chitarre per dire che, sì, un giorno morirò -non per mia scelta; ma intanto urlo, canto e (per chi ha fede) alzo lodi al cielo.
Boy è musicalmente epidermico, istintivo, primordiale, semplice, profondo, con l’immediatezza del punk come riferimento -anche solo puramente tecnico - ma con un retroterra fatto di chiaro-scuri più complessi; con Ian Curtis che dall’alto saluta e ringrazia.
Ma perfetto, entusiasmante e vivo: il fiore della gioventù, colto e messo come in ambra per l’eternità, dipinto in un ritratto alla Dorian Gray, pronto a rinascere ogni volta che l’attacco di “I Will Follow” ci raggiunge e ci emoziona .
Quattro ragazzi di 16 anni, forse il più grande ne ha 18 scarsi, che decidono di regalare anche a noi una foto perfettamente centrata e splendidamente imprecisa della loro – della nostra - giovinezza. Non per rimpiangerla ma per avercela sempre presente, pulsante e malinconicamente distante.
- il Compagno Folagra
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